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Angkor, la capitale perduta dell’Impero Khmer: città degli dèi e degli enigmi

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Angkor
Alba presso il Tempio di Angkor Wat/Credit: Gabriele Ardemagni

Un sito magnifico, un agglomerato urbano colossale, tentacolare, leggendario, capace di alimentare speculazioni, dilatate dalla distanza, anche tra i potentati e le signorie del Vecchio Continente. Angkor, smisurata capitale del potente regno Khmer (oggi in Cambogia), durante il Medioevo fu sette volte, per popolazione ed estensione, Londra e Parigi, che in Europa detenevano un primato che sembrava imbattibile. Il sito storico occupa parte della vasta pianura alluvionale compresa tra il grande lago Tonlé Sap e il gruppo montuoso del Phnom Kulen; mentre la città di Siem Reap, sviluppatasi a partire dagli inizi del ‘900, è il punto principale di accesso.

La maggioranza dei templi più noti e visitati è concentrata in un’area di circa 90 kmq a nord di Siem Reap ma l’area totale definibile come Angkor è molto più vasta: il “parco archeologico di Angkor”, istituito per decreto reale nel 1994 e oggi sotto l’egida dell’Unesco, si estende su 400 kmq con siti come Kbal Spean distanti anche 40 km dalla zona centrale.

In totale nell’area vi sono centinaia di templi, induisti e buddhisti, per quanto di molti esistano solo tracce o rovine costituite da modeste pile di mattoni. Quelli più visitati sono stati ripuliti dalla vegetazione e in larga misura ricostruiti secondo il metodo dell’anastilosi (il metodo di ricomporre con elementi crollati l’edificio originario, il più possibile fedelmente) nel periodo della dominazione coloniale francese (1887-1954): il tempio più conosciuto è il famoso Angkor Wat, considerato il più vasto edificio religioso del mondo, la cui effigie stilizzata compare persino nella bandiera cambogiana.

Aristide Malnati con ballerine cambogiane nel Tempio di Angkor Wat/Credit: Gabriele Ardemagni

L’alba su Angkor Wat: simboli, numeri e misteri

Arriviamo prima dell’alba sulla piana antistante a questa costruzione, delimitata, quasi scandita da spazi regolari e cornici concentriche, per posizionarci lungo la riva di un piccolo laghetto stagnante posto davanti ai pinnacoli, simili a pannocchie, di Angkor Wat, in posizione leggermente defilata nella zona a nord dell’immenso complesso templare. Il disco arancione del sole si definisce all’orizzonte e repentino (i crepuscoli ai tropici sono rapidi) si posiziona nella volta celeste e pian piano i suoi raggi si impongono. L’intero Angkor Wat si illumina di immenso e sembra rivelare al mondo i suoi segreti più arcani.

Sono segreti legati a misteriose combinazioni numeriche, di multipli o sottomultipli di numeri sacri (come il 54) e fortemente simbolici per Buddhismo e Induismo, qui uniti in perfetta sincresi: sono cifre che determinano l’Angkor Wat, i suoi pinnacoli, i suoi corridoi, gli ambienti e le cornici, ma anche i gradini delle ripide scalinate. Tutti elementi architettonici costruiti non a caso, ma secondo combinazioni algebriche dai rimandi, per alcuni, esoterici, tracce numeriche per messaggi criptici, simbolici, comprensibili solo da illuminati, che forse non provengono dal nostro pianeta.

Virginia Reniero nel villaggio di Kompong Phluk presso il Lago di Tonlè Sap/Credit: Gabriele Ardemagni

Forte è anche la simbologia dei pinnacoli, coni rovesciati e tronchi, finemente decorati e intarsiati da scultori (non umani per i soliti millenaristi) che lavoravano – dice la storia ufficiale – al soldo del potente sovrano khmer Jayavarman VII (siamo attorno al 1150): sono strutture che ricordano il monte Meru, per gli induisti la montagna sacra, che conduce chi ne è degno direttamente nella dimora degli dèi.

Le apsara e la magnificenza del sovrano

Ma poi spazio al “vizio”, all’enfasi dei giovani corpi di fanciulle in fiore: numerose sono le ballerine effigiate su bassorilievi alla base dei più importanti santuari di Angkor Wat. Giovanissime, bellissime, sensuali nei loro abitini discinti, gonnellini inguinali e bretelline stringate, a dare emozioni al sovrano, alla sua corte godereccia, ma anche alle potentissime caste sacerdotali. L’apoteosi del monarca la si raggiunge all’Angkor Thom, una sorta di imponente santuario celebrativo della magnificenza del sovrano, direttamente innervato nel Palazzo Reale, che gli archeologi francesi stanno a poco a poco scavando.

Dell’Angkor Thom fa parte il Bayon, quasi un mausoleo costruito prima del decesso del re, sempre jayavarman VII, che l’ha commissionato. Una costruzione da megalomane, unica nel suo genere (neanche tra i faraoni d’Egitto): contiene, in diverse posizioni, 54 (sempre questo numero) facce ieratiche ed enigmatiche del re che sorride in una posizione di assoluta serenità (un po’ come il sorriso misterioso della Gioconda, accennato sì e no); un’espressione sfingea, quasi sovrumana, imperturbabile. A tal punto che i soliti fautori di fantarcheologia la attribuiscono a esseri misteriosi, venuti da mondi distanti e che hanno voluto lasciare traccia concreta e perenne della loro presenza dalle nostre parti.

Ta Prohm e il mistero dello “stegosauro”

Così come un’interpretazione balzana ci accoglie al terzo complesso templare di Angkor, il Ta Prohm, totalmente immerso nella fitta giungla, con i “ficus” strangolatori che nei secoli, dopo l’abbandono della città, hanno disposto i loro rami e liane lungo gli edifici del tempio. Ebbene qui, su un pilone alla fine di un corridoio, quasi un passaggio segreto, si trova l’effige di un’immagine sorprendente. Sembra uno stegosauro, così come gli scienziati l’hanno ricostruito basandosi sui ritrovamenti di ossa e scheletro di questo grosso rettile, ufficialmente estinto 65 milioni di anni fa. Cosa ci faceva lì nel 1150 più o meno, quando è stato costruito Ta Prohm? Per gli scienziati è un facocero e le creste sul dorso sono elementi sacri, legati a culti di divinità zoomorfe (come nell’Antico Egitto).

Aristide Malnati nel Tempio di Ta Prohm/Credit: Gabriele Ardemagni

Ma ecco che i millenaristi attaccano:

Facoceri con elementi sacri non sono testimoniati tra tutte le vestigia della civiltà khmer, né conosciamo fenomeni certi di zoolatria in quella civiltà. Questo è invece proprio uno stegosauro e chi ha costruito questi templi non sono gli khmer (così come le piramidi di Gizah non sono egizie), ma alieni provenienti da lontano che sarebbero giunti qui esattamente durante l’epoca in cui vivevano i dinosauri

Una ricostruzione sicuramente provocatoria, forse fuorviante, ma che certamente ammanta di fascino la nostra visita al tempio nella giungla e ci fa venire un brivido nella schiena!

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Aristide Malnati è un papirologo italiano, archeologo e mummiologo, noto per la sua partecipazione a vari programmi televisivi. Ha studiato al Liceo Classico "Omero" di Milano e ha conseguito la laurea in Lettere Classiche presso l'Università Statale di Milano, ottenendo due dottorati a Strasburgo, una specializzazione in Filologia Classica all'Università di Zurigo e una D.E.A. in Papirologia Greca all'Università di Strasburgo. Ha preso parte a oltre 15 partecipazioni a scavi in Egitto ed è curatore della traduzione di testi filosofici. Il primo testo da lui studiato è un ampio frammento in greco antico del III-II secolo a.C., reperto che ha poi attribuito ad un'opera del primo stoicismo, di cui è la prima testimonianza diretta.

Virginia Reniero è da sempre una grande appassionata di arte e grandi nomi della Storia. Ha studiato Economia all’Università di Verona, specializzandosi poi a Milano presso l’Università Bicocca e finendo il percorso universitario di impronta economico-turistica a Mosca conseguendo così anche una doppia laurea. Dal 2014 collabora con l’archeologo Aristide Malnati, con cui ha girovagato per gran parte del Sud-est asiatico. È anche presentatrice televisiva e modella.

I due conducono insieme, su Telenova, il programma "Storie e misteri".

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