Giugno è tradizionalmente riconosciuto come il mese del Pride, un momento dedicato alla visibilità, ai diritti, all’orgoglio e all’inclusione delle persone LGBTQIA+. La scelta, chiaramente, non è casuale poiché ricorda i tristemente noti moti di Stonewall, avvenuti a New York nel giugno del 1969, quando la comunità omosessuale reagì ad una serie di raid della polizia nello Stonewall Inn, dando vita ad un vero e proprio movimento nella storia delle rivendicazioni per i diritti civili. Da allora, infatti, il Pride Month è diventato un appuntamento internazionale che unisce celebrazione, memoria e richiesta di maggiori tutele contro ogni forma di discriminazione e violenza.
In molte città del mondo, comprese quelle italiane, si svolgono cortei, manifestazioni culturali e iniziative pubbliche per promuovere il rispetto delle diversità e l’uguaglianza. Sfortunatamente, però, feste e campagne di sensibilizzazione passano, spesso e volentieri, in secondo piano a causa dei forti scontri ideologici e politici che le stesse generano. Da una parte, c’è chi sostiene che le manifestazioni siano ancora necessarie, per alcuni oggi più di ieri, mentre, dall’altra, ci sono tutti quelli che ne contestano le modalità, ritenendo che determinate rivendicazioni non debbano avere una dimensione così marcata.
Diritti civili, Francesca Pascale e un dibattito che rischia di oscurare i valori alla base del Pride
E chissà, forse non è un caso che specialmente in Italia, dove orientamento sessuale e identità di genere continuano ad essere motivo di episodi di tensione, aggressione e forte discriminazione, il tema dei diritti civili finisca costantemente al centro del dibattito, non solo pubblico, ma anche politico. Le questioni legate ai diritti delle persone LGBTQIA+, al pluralismo delle idee, al riconoscimento delle famiglie omogenitoriali, all’identità e alla lotta alle disparità diventano frequentemente terreno fertile di scontro tra forze di centrosinistra e forze di centrodestra, riflettendo visioni differenti della società e del ruolo delle istituzioni.
Ed è in questo contesto che si inserisce l’intervento di Francesca Pascale, presidente dell’associazione “I Colori della Libertà” e presidente onoraria di “GayLib” e di “Gay Conservatori Liberali“, che ha voluto rivolgere, anche attraverso i nostri canali, un appello diretto al sindaco di Roma Roberto Gualtieri per richiedere un incontro urgente sul futuro della manifestazione nella Capitale e per denunciare pubblicamente quella che considera una discriminazione in atto verso i gay e le lesbiche che non si riconoscono nella sinistra politica, sostenendo che il Pride dovrebbe essere aperto a tutte le persone LGBTQ+, indipendentemente dall’orientamento politico.
Stando alle sue parole, in effetti, in tanti verrebbero considerati non graditi (o di fatto esclusi) da diverse falangi del Roma Pride a causa delle proprie posizioni politiche e dei rapporti con ambienti legati al centrodestra. Una vicenda che, se confermata, striderebbe non poco se messa in relazione con i valori fondativi delle marce dell’orgoglio e sulla quale la diretta interessata ha voluto condividere con noi alcune riflessioni.
L’intervento di Francesca Pascale:
“Mi appello direttamente al Sindaco di Roma, Roberto Gualtieri, affinché si faccia portavoce e garante di un Pride davvero aperto a tutti. Roma, città simbolo di universalità e convivenza civile, ha il dovere di restituire al Pride il suo significato autentico: un evento di libertà, dignità e rispetto, senza discriminazioni ideologiche, senza veti politici e senza derive estremiste. La censura e le tensioni che oggi ruotano attorno al Pride rappresentano un dolore profondo, soprattutto in un momento storico nel quale la politica dovrebbe unirsi, lontano dalle ideologie, nel rispetto di tutte le individualità e delle libertà personali.
Finché le contestazioni rimanevano un mero attacco alla mia persona, si poteva ancora accettare il confronto, per quanto duro. Ma quando gli organizzatori del Pride trasformano la manifestazione in un’azione discriminatoria verso un’etnia, verso un’appartenenza politica e verso ideali precisi, allora si supera un limite inaccettabile rispetto ai principi di libertà e inclusione con cui nasceva questo tipo di evento.
Piazze nate per includere che finiscono per escludere
Quando una piazza, nata per includere, finisce per escludere, sia la organizzazioni ebraiche LGBTQIA+, quali Keshet Italia e Keshet Europe, sia le persone di centrodestra o liberali, tanto da considerarle “non gradite”, significa che lo spirito originario si è irrimediabilmente incrinato. Lancio una proposta concreta: lavoriamo insieme, con le associazioni liberali, conservatrici e con tutte le realtà che si occupano di diritti civili, per ricostruire un Pride inclusivo, capace di rappresentare ogni persona omosessuale indipendentemente dal suo orientamento politico o dalle sue idee.
Credo inoltre sia urgente aprire un tavolo di confronto permanente tra istituzioni e associazioni, lontano dalle contrapposizioni ideologiche, fondato sul dialogo, sul buon senso e sul rispetto reciproco, e per questo chiedo incontro urgente al Sindaco Gualtieri, come Garante nella città di Roma di un diritto costituzionale e inalienabile la partecipazione ad una manifestazione che appartiene a tutti e tutt’e nessuno escluso! “.
Pride
Eppure, basterebbe ricordare che Pride è molto più di una semplice parola. Essa è amore, speranza, rispetto; è commemorazione, di coloro che, prima di noi e per noi, hanno deciso di reagire perché stufi di essere picchiati, emarginati, discriminati, ignorati; è lottare per l’uguaglianza e l’amore senza ricorre a rabbia e violenza; è amare incondizionatamente, sebbene questo, alle volte, possa spaventare; è essere liberi, liberi di scegliere per sé e impedire che qualcun altro lo faccia al posto nostro; è imparare dagli errori del passato e tentare di non ripeterli. In sostanza, Pride è andare fieri di chi siamo ed essere (ma soprattutto “rimanere”) se stessi in una società che, nella sua smania di combattere le differenze, finisce sempre per inasprirle.
Il peggior nemico della libertà non è la differenza, ma la pretesa dell’uniformità — John Stuart Mill
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