Quando qualcuno si prende la libertà di ricordarci qualcosa, sarebbe opportuno ricordargli, a nostra volta, ciò che puntualmente dimentica. Soprattutto quando la memoria sembra funzionare ad intermittenza, in base alla convenienza del momento. Marcel Proust, scrittore, saggista e critico letterario francese, autore del monumentale romanzo Alla ricerca del tempo perduto, pubblicato in sette volumi tra il 1913 e il 1927, a proposito della memoria scriveva:
Troviamo di tutto nella nostra memoria: è una specie di farmacia, di laboratorio chimico, dove si mettono le mani a caso, ora su una droga calmante, ora su un veleno pericoloso.
Personalmente, non so dove abbia messo le mani Pierluigi Diaco, se su una droga calmante o su un veleno pericoloso. Certo è che, a giudicare dalla disastrosa intervista andata in onda a BellaMà, il programma che conduce su Rai 2, qualche effetto collaterale deve averlo avuto!
Perché, caro Pierluigi Diaco, la vita degli altri sembra non aver diritto alla riservatezza?
Il malcapitato ospite della trasmissione è stato Alberto Ravagnani, ex sacerdote milanese e oggi concorrente di Ballando con le stelle. La sua partecipazione avrebbe potuto essere un’occasione per offrire, al pubblico da casa e ai presenti in studio, e chissà, magari pure al conduttore, numerosi spunti di riflessione, partendo dalla sua nuova esperienza televisiva e arrivando al percorso personale che lo ha portato a cambiare radicalmente vita. Sfortunatamente, però, le cose sono andate in maniera diversa, talmente diversa che la sola che avrei voluto fare era andare in quello studio e accompagnare il ballerino all’uscita con tutta la dignità che lo ha contraddistinto, la stessa che probabilmente il conduttore deve aver lasciato nel suo camerino.
Difatti, anziché concentrarsi su ciò che era opportuno approfondire, cosa che un buon giornalista dovrebbe saper fare, Diaco ha preferito addentrarsi, con la delicatezza di un elefante in una cristalleria, nella sfera più intima del suo interlocutore, incalzandolo con domande sulla sessualità e sulle sue esperienze personali al limite dell’imbarazzante. Ora, al di là del fatto che, come ho più volte ribadito, agli spettatori non dovrebbe interessare minimamente ciò che i propri beniamini fanno in camera da letto, continuo a credere che esista un confine preciso tra il diritto di cronaca e il sacrosanto rispetto della riservatezza personale. Un confine che, in questa circostanza, mi sembra sia stato abbondantemente superato.
La sfera personale non può e non deve diventare pubblica ad ogni costo
Una cosa è raccontare una scelta di vita, un’altra è pretendere di entrare nelle pieghe più intime dell’altrui esistenza, come se l’essere personaggi pubblici, o comunque sotto i riflettori del momento, implicasse il dover rendere conto a chiunque del proprio privato. Che tipo di risposta si aspettava il padrone di casa, quello che “hai deciso di esporti pubblicamente e quindi hai anche il dovere di chiarici le idee“, subito dopo avergli chiesto, e cito testualmente, “sei attratto dagli uomini o dalle donne“? Perché qui il solo a doversi chiarire le idee mi pare proprio lui!
Del resto, lo stesso Diaco, che oggi si permette di rivolgere domande del genere ai suoi ospiti, in passato non sembrava affatto disposto ad accettare il medesimo trattamento. Quando Donatella Rettore, durante un talk, gli rivolse in maniera altrettanto diretta domande sulla sua sfera privata, manifestò tutto il suo disappunto, rivendicando il diritto alla riservatezza. E allora, delle due che sia l’una: o certe domande sono inopportune sempre oppure non lo sono mai! Non possono diventare legittime quando siamo noi a formularle e trasformarsi improvvisamente in una violazione della privacy nell’istante in cui siamo chiamati a rispondere.
Prima di fare domande, forse, ci si dovrebbe rammentare di alcune risposte, le nostre!
Che dire, un tempo Diaco sembrava considerare certe incursioni una forma di maleducazione. Oggi, evidentemente, deve aver cambiato idea, peccato solo, però, che pensarla diversamente non implichi per forza avere ragione. Per non parlare della disinvoltura e dell’arroganza con cui si pretende dagli altri quella disponibilità a mettersi a nudo che siamo i primi a negare. Due pesi, due misure e due sensibilità differenti, che variano a seconda di chi occupa la poltrona dell’intervistatore e di chi, suo malgrado, si trova su quella dell’intervistato.
Chissà, con ogni probabilità Proust aveva ragione: nella memoria possiamo trovare tanto un calmante quanto un veleno. Eppure, ritengo ci sia qualcosa di ancora più pericoloso, ossia la pretesa di impartire agli altri lezioni di trasparenza dimenticando quelle di rispetto che abbiamo preteso per noi stessi, per giunta in circostanze simili. Perciò, al caro Pierluigi, prima ancora di consigliare una rilettura di Proust, suggerirei semplicemente di riguardare qualche sua vecchia intervista, perché la memoria potrà anche tradirci, ma la coerenza, se non l’abbiamo mai avuta, non possiamo di certo trovarla passando qualche notte insonne a preparare un’intervista!
Se siete curiosi di leggere le precedenti uscite de “L’irriverente”, potete recuperarle cliccando -> QUI <-
Leggi anche:
Wanna Marchi e Stefania Nobile beatificate al P.I.C.? Anche no, grazie! – L’Opinione
Per rimanere aggiornato sulle ultime opinioni, seguici su: il nostro sito, Instagram, Facebook e LinkedIn
