DDL Stupri, senza consenso e con dissenso: può una parola decidere della vita di una donna?

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DDL Stupri

Consenso o dissenso? Questo è il dilemma. Questo articolo avrebbe dovuto avere tempi e incipit diversi. Poi un nome lo ha stravolto. Zoe. Che nel greco antico significa letteralmente “vita”, quella vitalità ancora una volta evaporata, o meglio, gettata via in un canale per l’ennesimo femminicidio. Ancora una volta. Per un consenso non espresso o per un dissenso espresso, che confusione che genera il nuovo DDL Stupri della senatrice Lega Giulia Bongiorno!

Poi alla fine è la morte che conta. E non ci possiamo nascondere dietro sillabe simili ma profondamente diverse. E ci chiediamo: “Le parole sono solo cavilli legali?” Forse, in questo caso, no. E se le parole non sono solo parole ma porte e finestre di senso, in questa vicenda legale, politica, sociale, umana (anche se forse sintetizzarla in commedia dell’assurdo sarebbe più appropriato) il senso non c’è e le parole che decidiamo di usare, cambiare, manipolare, sono il fragilissimo ma dirimente destino di molte persone, nello specifico di tantissime donne che sono gettate nel baratro della morte senza quel paracadute di tutela della legalità che le parole dovrebbero garantire e non svuotare.

Ma facciamo un passo indietro. Partiamo dai fatti.

La libertà delle donne è il segno più evidente della libertà di una società — Susan Sontag

Dal consenso al dissenso: cosa cambia davvero con il DDL Stupri

A novembre 2025, era stato approvato all’unanimità alla Camera (e questa è già di per sé una notizia) un nuovo testo dell’art. 609 bis del codice penale, dopo una sorta di accordo tra la presidente del Consiglio Giorgia Meloni e la leader del principale partito d’opposizione, la segretaria del PD Elly Schlein. Il Belpaese si stava allineando al nuovo impianto normativo di molti Stati europei occidentali, che negli ultimi anni hanno modificato le proprie definizioni di “violenza sessuale” nei rispettivi codici penali, adottando il modello del consenso: l’idea ormai condivisa è che una concezione basata esclusivamente su violenza fisica e coercizione non sia rappresentativa dei vari tipi di aggressioni che si possono subire.

Abbiamo esultato e brindato a questa novità che, introducendo testualmente il consenso libero e attuale, stava dando valore normativo (e quindi orientando comportamenti) a dati agghiaccianti: una donna uccisa ogni tre giorni (stima per difetto) e, dati Istat, nel 2025, circa 6 milioni e 400mila (il 31,9%) le donne italiane dai 16 ai 75 anni di età che hanno subito almeno una violenza fisica o sessuale nel corso della vita (a partire dai 16 anni di età).

Una differenza semantica che diventa sostanza giuridica

Proprio per questo, in un siffatto quadro desolante, le parole sono importanti e non cavilli per stanze da avvocatura alla Azzeccagarbugli, e una presa di posizione giusta e urgente, e soprattutto non confusa, andava presa. Peraltro, ce lo imporrebbe da anni anche la Convenzione di Istanbul sottoscritta a suo tempo anche dell’Italia. E lo ricorda oramai con giurisprudenza costante anche la Suprema Corte di Cassazione. Nella destra, però, questa modifica aveva creato sin da subito malumori, in particolare nella Lega, che alla fine era riuscita a rimandare la discussione del disegno di legge.

La senatrice leghista e presidente della commissione Giustizia Giulia Bongiorno aveva proposto, infatti, la modifica quella che sostituisce il “consenso” col “dissenso”. Un clamoroso passo indietro e cambio di visione da parte di colei che non solo era stata l’autrice della modifica che introduceva il concetto di consenso, ma è anche cofondatrice della Fondazione Doppia Difesa onlus istituita per aiutare le vittime di violenza abusi e discriminazione!

La commissione dovrà esaminare il nuovo testo del provvedimento, poi il disegno di legge potrà essere trasmesso alle camere. Ora, nel testo, la violenza sessuale non viene più definita come un atto compiuto «senza il consenso libero e attuale» dell’altra persona, ma come un atto compiuto «contro la volontà della persona». La volontà contraria all’atto sessuale. Viene insomma sostituito il concetto di “consenso” con quello di “dissenso”. Semplificando molto, nel primo caso per dimostrare che non c’è stata una violenza sessuale su una persona bisogna accertare che quella persona abbia comunicato un “sì”; nel secondo caso la persona che sostiene di aver subìto una violenza dovrebbe dimostrare di aver fatto capire in maniera sufficientemente chiara il suo “no”. La volontà contraria all’atto sessuale» che deve essere valutata tenendo conto della situazione e del contesto in cui il fatto è commesso.

In Europa la direzione è chiara, in Italia pare di no!

È una differenza rilevante, che ha provocato molte polemiche politiche e sulle cui conseguenze ci sono pareri discordanti anche tra esperte ed esperti di diritto. In tutta Europa la direzione è chiara: senza consenso non c’è libertà sessuale. Senza consenso è stupro. Il caso di una nazione che parla per tutte: la Francia che ha introdotto nell’ottobre 2025 una storica riforma del codice penale che pone il consenso esplicito, libero e informato, al centro della definizione di stupro e violenza sessuale. Questa svolta elimina la necessità di dimostrare coercizione fisica o minaccia definendo stupro ogni atto sessuale non consensuale.

Immagino Gisele Pelicot, vero acceleratore di questa svolta, che sorride compiaciuta per questo traguardo, una vittoria che può essere a buon titolo osannata come la vittoria della sua carne, lei che è stata violentata per 10 anni da più di 50 uomini, lei che era all’oscuro di tutto, drogata dal marito che era la regia di questo orrore.

Che dire, un gran pasticcio legale e semantico che rischia ancora una volta di vedere un’unica vittima su questo grottesco tavolo da ping pong: la donna esposta al rischio della violenza, senza nessun paracadute legale: una legge che oltre a lasciare maggiori dubbi interpretativi, produrrà un’arretratezza ed un imperdonabile indebolimento in tema di tutela delle vittime. Togliere il riferimento al consenso libero e attuale dalla definizione di violenza sessuale non è una semplificazione tecnica o un mero dettaglio linguistico. È una scelta che cambia l’impianto della tutela perché è il perno della tutela contro la violenza sessuale. Il consenso serve a riconoscere che la violenza non sempre lascia spazio alla reazione, al “no”, alla resistenza.

Quando il “no” non riesce a uscire: paura, paralisi e vittimizzazione

Sostituirlo con il concetto di dissenso significa tornare a chiedere alla vittima di dimostrare di essersi opposta. E dove va inserita e che peso hanno la paura, lo shock, l’asimmetria di potere che spesso paralizzano. Senza ricordare che il delitto di violenza sessuale è uno tra quelli più difficile da denunciare per la vittima proprio per le implicazioni psicologiche, traumatiche, pudiche e culturali che porta con sé. Per la vergogna e i sensi di colpa che provano le vittime, costrette a vivere disumane forme di vittimizzazione secondaria

Ma allora come si manifesta la volontà contraria e il dissenso? E ancora mi chiedo quale motivazione o giustificazione possa aver spinto una persona, per di più donna, ad aver scelto parole che non solo confondono, ma annullano tutele, garanzie, forza, diritti e non fanno altro che alimentare l’oggettivizzazione patriarcale di una cultura che vuole il femminile solo ed esposto alla sua mercificazione nelle mani e nella suprema e assoluta e comunque sempre più potente volontà del maschio.

La risposta più razionale a questa domanda pleonastica sarebbe la giostra dei meschini bilancini di una politica che fa il balletto sulle macerie e ceneri di corpi di donne gettati e uccisi. Ma vorrei dare una risposta più umanizzante, per quanto possibile.

Il peso di un “no” che molte donne conoscono

Chissà, forse Giulia Bongiorno è una donna fortunata. Non conosce la forma subdola della manipolazione degli sbilanciamenti del potere, la paura di dover camminare per strada e accelerare sempre di più alla ricerca di un barlume di luce. La paura che è la vera figlia e madre di qualunque violenza subita e prima ancora temuta. Non conosce la paura del timore di dover scegliere se rischiare di morire con il corpo o morire nell’anima e non conosce neppure la paura che ti inchioda e ti paralizza, ti vorrebbe far scappare, fuggire via, ma ti ritrovi bloccato ad un angolo come una farfalla che muove le ali ma sa che sono un fruscio invisibile.

O magari, non conosce la resa, scegliere di essere come morta mentre qualcuno perfora il tuo corpo e accartoccia la tua anima, scegliere questo barlume di sopravvivenza per non morire del tutto. Non conosce la rimozione, quasi la dimenticanza, le urla che ti squarciano la gola e ti fanno bruciare il petto ma che non riesci a tirarle fuori perché in quel momento tutto si è fermato, mentre tutto ti schiaccia. E vi dirò, a mio avviso non conosce nemmeno la vergogna, l’elaborazione di quanto è accaduto, l’elaborazione di un lutto (perché con una violenza tu sei morta, anche se non lo sei, tu non sei più tu e non lo sarai mai più), il valore del No non come auspicabile possibilità, ma sacrosanto diritto di una donna da esercitare in qualunque momento, da qualunque presupposto e senza alcuna giustificazione.

Zoe e il diritto di dire NO!

Ogni donna, invece, conoscerà nel corso della sua vita buona parte di queste sensazioni. Anche Zoe le ha conosciute per un attimo prima di capire che il diritto del suo NO è stato l’atroce prezzo che la sua giovane vita ha pagato per sempre. Un prezzo altissimo. Mi chiedo dopo quello che le è successo, cosa Zoe avrebbe detto su questo irresponsabile bailamme del consenso e dissenso. Forse piena di vita, come il destino che il suo nome le cuciva addosso, avrebbe riso come ora i suoi eterni diciasette anni le avrebbero fatto fare.

Ma Zoe è morta per quell’idea patriarcale per cui il NO di una donna un uomo non l’accetta! Chi lo sa se in questo balletto di sillabe si starà chiedendo dove inserire la sua morte mentre la sua vita strappata vola nel vento.

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Una laurea in filosofia, un lavoro nel mondo della comunicazione di una grande azienda e un tesserino dell'ordine dei Giornalisti. Ardente attivista per una società aperta alle culture delle differenze, founder DI ERG aziendali nella DEI, blogger di viaggi e non solo, viaggiatrice per scoprire culture mondi, luoghi e se stessa attraverso l'andare, scrive per dare corpo al suo essere e far fluire i pensieri. Sostenitrice e promotrice di un linguaggio ampio in cui ogni persona possa esistere, attrice di teatro e corti per essere nuove vite. Implacabile divoratrice di libri ed eventi culturali perché i confini della nostra esistenza sono i non limiti del nostro pensiero. Ama i colori dovunque e il calore intorno a sé . Per lei ciascuna impresa è attraversabile grazie al suo entusiasmo e vitalità. Vive di Sole, ma si nutre di crepuscoli. Ama le persone ma soprattutto la sorpresa inesauribile di quello che nasce ogni volta che si è in relazione con le persone. Adora sognare, progettare, costruire e, prima di ogni altra cosa, dar spazio dentro di sé all'ignoto e alla meraviglia.

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