Il coraggio è resistenza alla paura, dominio della paura, non assenza di paura — Mark Twain
Era una sera d’inverno del 1809 (gli storici non concordano sulla data precisa, che oscillerebbe tra il 13 e il 25 dicembre di quell’anno) quando, in una casa di Danville, nello Stato del Kentucky (USA), la trentatreenne Jane Todd Crawford, affetta da un tumore che avrebbe potuto porre fine alla sua vita se non trattato e al quale, al tempo stesso, non sembrava esserci alcun tipo di rimedio, scelse di sottoporsi ad un’operazione chirurgica (quasi) improvvisata e altrettanto pericolosa, ma che, strano a dirsi, cambiò radicalmente il corso della storia della medicina moderna.
Coraggio o disperazione? Cosa spinge Jane Todd Crawford ad un intervento improvvisato?

Da mesi, infatti, la donna soffriva di un misterioso gonfiore addominale che le impediva di muoversi e di respirare con naturalezza, un’escrescenza che soltanto più tardi si scoprì essere una rara forma di cancro alle ovaie cresciuto a dismisura, fino a deformarle il corpo. Per questo, da Wellington, città dell’Ohio di cui era originaria, percorse quasi 100 km a cavallo nella speranza di riuscire a trovare un medico che potesse aiutarla. Alla fine, si imbatté nel dottor Ephraim McDowell, medico del Kentucky, che accolse la sua richiesta d’aiuto e acconsentì a tentare di eseguire un’operazione chirurgica, sebbene le condizioni non fossero delle più favorevoli.
A quel tempo, in effetti, non esistevano anestetici affidabili, tantomeno le condizioni o le strutture igienico-sanitarie odierne. Di conseguenza, le cose avrebbero potuto prendere decisamente una brutta piega. Ciò nonostante, Jane non si tirò indietro e si preparò da sola ad affrontare una situazione che molti, tutt’ora, considerano frutto di una leggenda tramandata nel tempo e non un fatto realmente accaduto, benché sia ben documentato.
Un’operazione “impossibile” resa “possibile”
Comunque, giunto il momento dell’intervento, la paziente si sdraiò su un tavolo, senza anestesia, senza antibiotici e senza una sala operatoria per come la intendiamo noi, cercando di restare lucida con preghiere e inni religiosi. Il medico praticò un’incisione di oltre 20 cm, aprì l’addome e rimosse, stando a quanto riportato negli archivi, “quindici libbre di una massa sporca, dall’aspetto gelatinoso” e, soltanto in seguito, il resto del tumore.
Insomma, nulla che lascerebbe pensare ad un intervento riuscito. D’altronde, c’erano troppi rischi, elevatissime possibilità di infezione e un inimmaginabile dolore che nessuno avrebbe sopportato, non tenendo in considerazione anche l’imbarazzo di dover toccare l’addome di una donna, gesto che all’inizio dell’800 poteva risultare piuttosto sconveniente. Eppure, secondo quel che il dottore annotò nei suoi registri, Jane rimase cosciente per tutti i 25 minuti di durata della procedura e sopravvisse.
Un risultato storico
Oltre ogni previsione o aspettativa logica, in meno di quindici giorni si ristabilì completamente e nel giro di poche settimane fu in grado di rimettersi in sella al proprio cavallo per far ritorno a casa. La sua inaspettata guarigione venne considerata un prodigio, tanto più che la giovane visse per altri trent’anni. Ma è successo realmente? Come si può praticare un’incisione del genere senza anestesia o le conoscenze che possediamo oggi? E in che modo una donna può sopravvivere a tanto dolore? Che cosa spinse Jane Todd Crawford ad accettare? La disperazione? Fiducia cieca in McDowell o coraggio?
Chissà, forse non lo sapremo mai. Quel che conta è che, per quanto assurdo possa sembrare, tutto ciò è stato possibile, sebbene diversi studiosi nutrano alcune riserve sulla questione. Del resto, i dettagli della vicenda li conosciamo solo grazie al resoconto pubblicato dallo stesso McDowell nel 1817 e, trattandosi di un racconto in prima persona, potrebbe aver limato qualche asperità e ammorbidito alcuni aspetti. Tuttavia, rimane indubbio che l’operazione ci fu davvero. Non a caso, al di là dello scritto del dottore, la documentazione locale e la storiografia medica del posto concordano nel documentare il caso nel suo insieme come la prima ovariectomia riuscita. E in un periodo in cui la medicina era più vicina all’arte empirica che alla disciplina e al rigore moderno, non si può che classificarlo come un risultato storico.
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