Milano accoglie il ritorno di uno dei suoi maestri più raffinati e visionari, Antonio Guccione, che con la mostra Fly Me to the Moon presenta un’opera che non è soltanto una selezione di immagini, ma una dichiarazione poetica, un volo simbolico verso la leggerezza, verso ciò che l’arte può ancora evocare quando mantiene il coraggio dell’immaginazione.
Il titolo nasce dall’opera-luna di Carla Tolomeo, ossia una sedia scultorea e onirica, che Guccione sceglie come punto di partenza per un percorso dedicato alle donne ritratte dagli anni ’80 fino a oggi. La luna diventa un luogo mentale, sospeso, dove convivono memorie, icone, metamorfosi estetiche. “Ho collegato a quest’opera una serie di donne meravigliose“, ha dichiarato il celebre fotografo in proposito. È un ritorno, ma anche una rinascita. Il titolo del progetto, poi, sostituisce un precedente progetto ancor più visionario: Scar on the Moon, una mostra immaginata per il 2054 proprio sulla Luna. «La farò nel 2054, la stiamo preparando» racconta Guccione, con la sua raffinata ironia. Non serve credergli alla lettera, naturalmente, ma serve capire il suo messaggio: l’arte deve sempre osare oltre il reale.
Il dialogo con le forme e i volti che hanno fatto la Storia in “Fly Me to the Moon”
La mostra diventa ancora più sorprendente grazie al dialogo tra le fotografie di Guccione e le creazioni tessili di Carlotta Canepa, che con i suoi volumi, colori e trame introduce un secondo livello narrativo. I tessuti non decorano: amplificano. Si intrecciano alle immagini come una voce parallela, restituendo un ambiente sensoriale dove la moda non è ornamento, ma linguaggio. Un esperimento perfettamente riuscito, che celebra il dialogo tra fotografia, materia e colore.
Guccione non è soltanto un fotografo. Anzi, è un archivista dell’immaginario contemporaneo. Il suo obiettivo ha ritratto figure che hanno modellato la cultura visiva internazionale:
- Andy Warhol
- Giorgio Armani
- Carol Alt
- Tyra Banks
- Jerry Hall
- Grace Jones
- Carla Bruni
- Naomi Campbell e molte altre icone di moda, musica, cinema, arte.



Quando gli chiedo quale sia stato il momento in cui ha compreso che la sua fotografia avrebbe lasciato un segno, Guccione risponde senza esitazione: «Nel 1993, al Paisley Town di New York. Diecimila persone comparse dal nulla. Il giorno dopo il New York Times, USA Today, NBC e il Corriere mi dedicarono pagine intere». «Invece di essere felice, mi sono intristito. Lasciare il segno porta responsabilità. È una croce… anche se basta cambiare un paio di scarpe per rialzarsi.», ha aggiunto con la sua sincerità spiazzante.
Analogico, memoria e un incontro che vale una vita
Durante l’inaugurazione della mostra, tenutasi nei giorni scorsi, un momento particolarmente significativo riguardante Fabrizio Garghetti, presente in sala, mi ha colpito. Storico sperimentatore dell’immagine, testimone di decenni di avanguardia milanese, Guccione lo guarda e commenta: «Lui nasce dall’analogico, come sono nato io, e il problema dell’analogico è che c’è un processo.»
E proprio in questo punto diventa evidente il cuore della mostra: Guccione è un uomo che viene da quella scuola e ne ha portato avanti l’eredità con determinazione assoluta. Nella sua lunghissima carriera ha realizzato oltre 100.000 negativi e venduto più di 750 opere nel mondo. Non sono numeri: sono prove concrete di una vita intera dedicata alla perfezione dello sguardo.
Vederlo oggi parlare con lucidità e leggerezza, dopo un percorso così vasto, è stato, permettetemi, profondamente emozionante. La sua voce non porta stanchezza, ma consapevolezza. Il suo messaggio finale è forse la lezione più preziosa:
Diffondere la bellezza. Coltivare ciò che è bello. Ricordare che l’arte nasce dalla bellezza. E che la fotografia, anche quella digitale e rapidissima dei nostri giorni, deve continuare a cercarla, proteggerla, generarla.
È una frase semplice, ma enorme. Un’eredità che va ben oltre la mostra.
Volare verso ciò che conta

Fly Me to the Moon non è solo un titolo poetico: è un invito. Un incoraggiamento a guardare oltre, a immaginare senza limiti, a camminare tra memoria e visione sapendo che l’arte, quella vera, non si misura in tecnica, ma in intensità. Milano abbraccia Guccione come uno dei suoi figli più creativi. E lui la ripaga con un progetto che profuma di futuro, pur celebrando ciò che lo ha reso un Maestro: la capacità di vedere più in profondità degli altri.
Uscendo dalla mostra, la sensazione è una sola: il volo verso la luna non è un sogno lontano, ma un modo diverso di restare fedeli alla bellezza.
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