Oggi, lunedì 16 febbraio, ricorre l’anniversario della morte di Giosuè Carducci, tuttavia, al di là della mera ricorrenza, la giornata odierna ricorda anche l’istante in cui, nell’ormai lontano 1907, si consolidò nell’immaginario collettivo dell’epoca, seppur simbolicamente, la figura del poeta ufficiale della nazione. Da quel momento in avanti, a pensarci bene, non si è parlato più del giovane professore ribelle e polemico, quello che scandalizzò l’opinione pubblica con l’anticlericalismo dell’Inno a Satana, ma del senatore del Regno, del docente celebrato e di quel Premio Nobel per la Letteratura del 1906, il primo italiano, ad un uomo che si consacrò sulla scena culturale dell’Italia liberale.
La sua trasformazione, chiaramente, non avvenne con la sua dispartita, ma ebbe inizio molto tempo prima e quella parabola che in molti ravvisano nel suo percorso umano e professionale, che lo portò a trasformarsi da intellettuale combattivo in una figura istituzionale, potrebbe essere la stessa di uno Stato relativamente giovane che assorbe e rimodella le proprie energie critiche. Del resto, l’Italia da poco unita aveva bisogno di simboli, di padri nobili, di voci capaci di dare profondità storica ad un’identità ancora fragile, e Carducci fu proprio una di queste.
Salute, o Satana, o ribellione,
o forza vindice de la ragione! — Giosuè Carducci, Inno a Satana (1863)
Dal ribelle anticlericale al senatore del Regno: la parabola di Giosuè Carducci
Come in molti sicuramente ricorderanno, il giovane Carducci era un polemista feroce, animato dalla convinzione che la parola fosse lo strumento più diretto per prendere parte alla quotidiana battaglia politica e civile. Il suo anticlericalismo, poi, non era semplice provocazione, ma la trasposizione letteraria di un conflitto reale, quello tra la nuova Italia laica e il potere ecclesiastico. Ed è in quest’ottica che la sua poesia si presenta agli occhi del pubblico come un’arma, un mezzo per prendere posizione.
Successivamente, però, egli subì una profonda metamorfosi, dovuta anche ai numerosi traguardi umani e lavorativi che riuscì a tagliare. Non a caso, divenne senatore nel 1890, guadagnando di diritto una posizione tra le figure centrali dell’establishment culturale e diventando il simbolo di uno Stato che si riconosceva nella propria classicità. Ovviamente, sarebbe troppo facile liquidare il suo cambiamento alla stregua di un “tradimento” di quei valori in cui credeva in tenera età. Ciò nonostante, è legittimo chiedersi se nella sua traiettoria non si consumi una dinamica che, tutt’ora, è tipicamente italiana, vale a dire, la progressiva integrazione del dissenso dentro il sistema che quel dissenso avrebbe dovuto criticare. In quanti, ancora adesso, si chiedono se quando uno Stato premia un intellettuale, ne sta riconoscendo la grandezza o ne sta addomesticando la forza?!

Il Premio Nobel del 1906: consacrazione o neutralizzazione?
Non si può negare che Carducci contribuì in maniera notevole alla costruzione di un racconto dell’Italia. Roma, il mito latino e la continuità classica, del resto, non furono semplici riferimenti eruditi, ma il tentativo di radicare la giovane nazione in una genealogia antica e solenne. Le Odi barbare, ad esempio, non furono soltanto un esperimento metrico, bensì sono un atto politico sulla base dell’idea che la lingua italiana potesse risuonare con la stessa dignità dei metri latini, che l’Italia moderna fosse l’erede legittima di un impero culturale che aveva dominato il mondo.
Certo, ai giorni nostri, in cui la parola “identità” torna spesso e volentieri al centro del dibattito, una tale operazione appare molto meno innocente di quanto la manualistica scolastica potrebbe farci pensare. D’altronde, l’identità nazionale è attualmente attraversata da numerose tensioni. Basti pensare al pluralismo culturale, alle migrazioni fuori controllo, ai conflitti simbolici o alla polarizzazione politica, le quali contribuiscono a creare una narrazione che fa della tradizione una bandiera e un riflesso puramente retorico. Per Carducci, invece, si trattava di una costruzione culturale complessa nell’ottica di un progetto più ampio.
Identità nazionale e mito classico: l’invenzione culturale dell’Italia
Un altro nodo, ancor più scomodo, è la premiazione del 1906 perché, al di là del riconoscimento personale, diventa un evento nazionale che permette al Paese di sentirsi riconosciuto, legittimato ed elevato agli occhi delle altre nazioni. Oggigiorno, i premi letterari, pur prestigiosi che siano, scivolano rapidamente nel flusso ininterrotto dell’informazione e l’intellettuale occupa una posizione più marginale sulla scena pubblica rispetto al passato. La sua voce compete, infatti, con un ecosistema mediatico piuttosto frammentato e variegato, con piattaforme digitali e nuove forme di produzione culturale.
Se ci riflettiamo un attimo, una figura come quella di Carducci, nel 2026, appare decisamente anacronistica. Per carità, esistono scrittori impegnati, ma la loro incidenza sull’immaginario comune è incomparabile rispetto a quella che si poteva avere nell’Italia post-unitaria. E lo ribadiamo, non è una questione di talento, ma ciò dipende dal fatto che la struttura e la gerarchia dello spazio pubblico sono irreversibilmente cambiate.
La seconda morte di Carducci: quando il canone diventa monumento
Ed è così che Carducci e tutti quelli come lui rischiano una seconda morte. La prima, biologica, avvenuta nel nostro caso nel 1907, mentre la seconda, simbolica, quando il suo diventa soltanto l’ennesimo nome in un’interminabile elenco sul quale si basano i programmi scolastici e di studio; quando il suo volto diventa un busto nei corridoi dei licei a cui nessuno fa più caso; o ancora, quando i suoi versi si tramutano in una citazione obbligata in occasione di un qualche anniversario.
Chissà, forse il modo migliore e più sensato per ricordarlo è quello di tornare ad interrogare quella parabola che fece da sfondo alla sua vita, chiedendosi quale sia realmente il rapporto fra cultura e potere: sono ancora possibili un pensiero e una sua espressione che vivano (o sopravvivano) in piena e totale autonomia? Oppure l’integrazione nei circuiti istituzionali, che il più delle volte sono più mediatici che parlamentari, ne comporta irrimediabilmente l’addomesticamento? Abbiamo ancora bisogno di poeti civilmente e politicamente impegnati? E se sì, siamo disposti ad ascoltarli? La cultura italiana è capace di produrre figure che non diventino immediatamente monumenti, ma restino, almeno per un po’, spine nel fianco del potere?
Carducci apparteneva ad un’altra epoca, questo è indubbio, ma la tensione che ha attraversato la sua vita, quella tra parola e istituzione, ribellione e riconoscimento, è una tensione che ci riguarda ancora tutti!
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