Sono trascorsi sei secoli da quel 23 febbraio del 1455, data della stampa e della pubblicazione della Bibbia di Gutenberg, il primo volume in assoluto ad essere stampato in Occidente che segnò una svolta epocale a livello storico e culturale poiché diede inizio all’età del libro. Fino ad allora, infatti, si trattava di qualcosa riservato unicamente agli ecclesiastici e dal quel momento cominciò ad essere alla portata di chiunque. E quando dico di “chiunque”, lo dico letteralmente (o quasi) dal momento che stiamo parlando di uno dei testi più venduti in assoluto, con all’incirca ben 4 miliardi di copie stampate ad oggi e con traduzioni in 3500 lingue, se consideriamo il Nuovo Testamento.
In effetti, Johannes Gutenberg rivoluzionò la diffusione del sapere rendendo i testi riproducibili su larga scala. Ma cosa c’è da sapere a riguardo?
Gutenberg non poteva immaginare l’avanguardismo della stampa della sua Bibbia
Ebbene, nel 1455 il vescovo Enea Silvio Piccolomini, che sarebbe poi diventato papa Pio II, scrisse in una lettera indirizzata al cardinal Juan de Carvajal di aver visto una Bibbia «di scrittura molto chiara e corretta, senza errori da nessuna parte, che Sua Signoria avrebbe letto senza fatica e senza occhiali», a cura di un tipografo tedesco, nato nel centro artigianale e commerciale di primaria importanza Magonza, precursore delle tecniche di stampa moderne, di nome Johannes Gutenberg.
Nello specifico, come riportato in La biblioteca di Via Senato, Piccolomini provò grande stupore quando, in quell’anno, durante una missione diplomatica volta a favorire una pace duratura tra papa Callisto III e l’imperatore Federico III, si imbatté a Francoforte in una Bibbia non manoscritta, ma stampata con caratteri metallici. L’opera, prodotta in oltre un centinaio di esemplari identici, lo colpì per la qualità della scrittura e per l’innovazione radicale che rappresentava: un libro capace di eguagliare i codici manoscritti nella resa materiale e testuale, ma soprattutto di esistere simultaneamente in molte copie uguali tra loro. Nella lettera sopracitata, non a caso, il vescovo sottolineava come questa novità inaugurasse una modalità di produzione libraria mai sperimentata prima, aprendo una nuova epoca nella storia del libro e della trasmissione del sapere.

Il valore dell’opera a caratteri mobili
La tecnica utilizzata è conosciuta tutt’ora come quella della “stampa a caratteri mobili”. Quest’ultimi, in particolare, imitavano la scrittura gotica che, al tempo, era la più utilizzata in Germania. Degli esemplari prodotti, oggigiorno ne esistono ancora 48 e sono conservati intatti, al sicuro, mentre diverse pagine singole sono esposte in biblioteche e musei. Persino il Vaticano ne possiede due copie, una in carta e l’altra su pergamena.
Per di più, gli studiosi attribuiscono al tipografo di Magonza la stampa di altro materiale tipografico ma, a quanto pare, nessuna altra opera da lui prodotta raggiunse la qualità e lo splendore proposti nella Bibbia a quarantadue linee. Basti pensare che un esemplare potrebbe valere addirittura svariati milioni di euro, e chissà, forse non è un caso che una delle 48 sia attualmente di proprietà dell’imprenditore Bill Gates, il quale se l’è aggiudicata nel 1994 in un’asta per un importo di circa dieci milioni di dollari.
Un libro che racconta favole?
Al di là della rivoluzione che innescò la sua stampa, la Bibbia rimane uno dei libri più affascinanti della storia della letteratura. Siano esse favole verosimili oppure no, poemi, riflessioni, esortazioni, elementi di codice civile, storia, geografia e filosofia sono concentrati nelle sue meravigliose pagine, benché per molti rimangano un’inutile lettura. Ma si sa, quando si conosce poco e si è influenzati da vari movimenti sincretisti, il libro resta un facile bersaglio dei miscredenti che preferiscono asserire l’esistenza di una pluralità di divinità a immagine e somiglianza dell’uomo.
Ma allora, è necessario credere che sia un libro sacro, ispirato da Dio? Assolutamente no. Anzi, ci si può accostare benissimo con spirito laico come se si dovesse leggere un capolavoro della letteratura. Lo dimostrano i numerosi ricercatori che, grazie proprio alla Bibbia, hanno conciliato la possibilità che la scienza potesse ritrovarsi nei versi biblici.
Le parole di Max Planck e il dialogo tra scienza e fede
Tutta la materia non esiste che in virtù di una forza che fa vibrare le particelle e mantiene questo minuscolo sistema solare dell’atomo. Possiamo supporre al di sotto di questa forza l’esistenza di uno Spirito Intelligente e cosciente.
Sono queste le parole con cui il fisico Max Planck (1944) anticipava il concetto di ciò che adesso è conosciuto come campo quantistico, il campo di energia che occupa lo spazio che ingenuamente riteniamo vuoto e che lo attraversa con le sue fluttuazioni. Si tratta di un mezzo continuo, un’entità che esiste in ogni punto dello spazio e che regola la creazione e l’annichilazione delle particelle. In altre parole, tutto ciò che conosciamo, tutto quanto esiste, emerge da esso. Ma cosa c’entra con la Bibbia?
Beh, Planck ha sostenuto che non esiste una vera opposizione tra religione e scienza, definendole come “complementari”, interagenti: la seconda aiuta l’uomo a conoscere e a capire; la prima, invece, lo guida nell’azione. Nella sua celebre conferenza “Religione e Scienze Naturali”, poi, ha affermato che religione e scienza richiedono la fede in Dio, posizionando Dio all’inizio del pensiero religioso e alla fine di quello scientifico, pur non credendo in un ‘Dio personale’ in senso tradizionale e definendosi “profondamente religioso”. Per lui, Dio era come un’intelligenza onnipotente che governava l’universo. In più, attraverso gli studi sull’atomo, concluse che la materia non esiste di per sé, ma che è originata da una forza che fa vibrare le particelle. Dietro tale forza ci sarebbe uno “spirito cosciente e intelligente”, che costituisce la matrice di tutta la materia.
Gutenberg, la conoscenza e l’invisibile
Insomma, tutto questo per dire che, grazie all’ampia diffusione del sapere innescata da Guttenberg, la scienza ha potuto rilevare un parallelismo inscindibile tra il visibile e l’invisibile. Lo stesso Zichichi, recentemente scomparso, ha discusso per moltissimi anni la complicità tra scienza e fede, ritenendo che “natura e Bibbia sono entrambe forme di rivelazione, la prima come opera, la seconda come parola”. Se a Magonza un tipografo non avesse impresso quei caratteri su carta, nessun baluardo della scienza e nulla di tutto ciò che è venuto dopo, probabilmente, sarebbe stato possibile!
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