Il Principe è in Casa è il racconto di una vita intera e di ciò che, forse, dà senso, corpo e motivazione all’esistenza di chiunque. La forma del monologo è sembrata la più adatta per affrontare un tema tanto intimo, per accedere ai segreti più profondi di un personaggio che, in fin dei conti, non ha vissuto un solo giorno della propria vita.
Il monologo de “Il Principe è in casa”: sopravvivere in un mondo che cambia troppo velocemente
Il monologo racconta, in fondo, la storia di una coppia qualunque: il Principe, ultimo esponente di un’immaginaria antica famiglia aristocratica siciliana, e la sua dimora, sopravvissuta alla mafia e al sacco di Palermo. Condivide con il pubblico il suo grande amore per la casa che abita fin da bambino: a tratti madre, a tratti compagna, è tutto ciò che resta della sua vita e della sua famiglia.
Il Principe racconta che il figlio, noncurante dei desideri del padre, intende cacciarlo di casa e venderla, mettendo fine di fatto alla vita di entrambi: della dimora e di chi la abita. Il racconto viaggia nel tempo, apre parentesi su pagine oscure della storia della Sicilia, come le stragi mafiose, indugia su amori mancati, su rimorsi e rimpianti, illusioni vecchie e nuove, così come sulla difficoltà a sopravvivere in un mondo che cambia troppo velocemente. La casa è sempre presente. E ascolta, come creatura viva, l’ultima ode del suo innamorato.
È un testo pensato per il teatro, per essere portato in scena. Incoraggio ogni regista a cimentarsi in libertà sul testo, anche allontanandosi, se lo riterrà necessario, dalle mie ipotesi di messinscena. D’altro canto, l’autore auspica che il libro possa trovare spazio anche in contesti didattici, offrendosi a studenti di teatro che, forse più di altri, possono realizzarne le infinite possibilità di essere.
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