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“Io che ti ho voluto così bene” di Roberta Recchia: quando a soffrire è la famiglia del mostro

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Io che ti ho voluto così bene
Io che ti ho voluto così bene

Luca Nardulli, il protagonista de “Io che ti ho voluto così bene” di Roberta Recchia ha un’unica, pazzesca certezza: lui Betta, quella procace biondina più grande di lui di diversi anni che colora le sue estati, la ama. Follemente. Gli basta guardarla per sognare a occhi aperti. E che importa se lei guarda quelli più grandi? Che importa se si vede chiaro e tondo che è inarrivabile? A dieci, undici anni tutto è possibile, soprattutto quando gli ormoni saltellano tutto il tempo nel corpo, rendendo qualunque emozione ancora più forte, più intensa. Ogni estate lei giunge a Torre Domizia in vacanza, deliziando con la sua bellezza e la sua spavalderia Luca e tutti. Nessuno pare immune al suo fascino, condito da una buona dose di autostima.

Io che ti ho voluto così bene, ma – ahimè – al passato

Ma a un certo punto, a Torre Domizia, un luogo sicuro dove tutti si sentono tranquilli – è risaputo, le cose più crude e gravi avvengono sempre in posti considerati eden terrestri – accade qualcosa che turba il sonno di tutti. E non solo lì. Nella spiaggia, adagiato come uno scarto vecchio, c’è un corpo. Una ragazza è stata brutalmente stuprata e lasciata morire lì, senza il minimo briciolo di empatia. Questa ragazza è proprio Betta ed è proprio un’assurdità che tutta quella bellezza sia morta, spenta. In quel modo, poi. A Torre Domizia tutti sono sconcertati: chi può essere stato un mostro simile? Chi può aver fatto quelle atrocità su una ragazzina per poi fare la propria vita serenamente? Tutti sono distrutti, ma ancor più Luca, che la amava di un amore idealizzato. Lo sogna, quel meraviglioso fiore strappato alla vita, e soffre.

Per anni, due per l’esattezza, tutto rimane in una sorta di limbo, con il colpevole che non si trova e tutti che guardano con sospetto tutti. Il mostro è lì, da qualche parte. In osservazione. Le ragazze stanno attente, i ragazzi controllano le sorelle e le amiche. Quando capitano queste cose, sembra sempre che il maniaco che si è macchiato di tale crimine debba avere fattezze mostruose, mica è possibile che sia uno dei nostri figli, no? Un nostro fratello, il nostro fidanzato.

E se invece fosse così?

Però anche gli stupratori assassini hanno una famiglia. Certe volte, vanno a messa, scherzano con i vicini di casa, sono amorevoli e dolci. Come Maurizio, il fratello di Luca. Be’, lui l’aveva definita “zoccola” Betta, con una freddezza che metteva i brividi, e Luca ci era persino rimasto un po’ male. Certo è che il fatto che potesse essere stato lui, ubriaco marcio e senza freni, con altri due, Luca non l’avrebbe mai detto. E invece… talvolta il male ce l’abbiamo nelle nostre case. Accanto a noi. E quanto male fa?

Un’altra famiglia rovinata

Quando Mizio, come lo chiamano i parenti, confessa, una nuvola si abbatte sulla famiglia intera. Luca viene mandato allo zio Umberto, lontano da casa, mentre i genitori vengono mangiati vivi dal dolore. Tutti vengono additati, tutti vengono trattati come i familiari del mostro di Torre Domizia. Impossibile togliersi di dosso l’onta. E meno male che lo zio Umberto è per lui una salvezza, non lo lascia solo in quella che è una tempesta. Va persino contro la moglie pur di non deluderlo. E la strada, seppur difficile, rimane percorribile.

Per la prima volta, viene analizzato il dolore degli altri, della famiglia che ha dato i natali al mostro. È una sofferenza grossa, che odora di senso di colpa, di “se avessi detto”, “se avessi fatto”. “E se io non lo avessi messo al mondo”, viene persino da chiedersi “una famiglia non starebbe piangendo un giglio profumato reciso in questo modo”. Ed è vero, in effetti. Non c’è nulla che possa lenire quel macigno che mangia, sputa e logora, perché si è convinti che qualcosa si debba aver sbagliato, per forza. Per forza. Non è possibile che senza nessun errore sia venuto fuori un ragazzo con il cuore in cancrena. È uno spiraglio su quello che non ci siamo mai chiesti, così interessati solo a chi seppellisce fisicamente… eppure chi si sporca le mani di sangue, spesso, viene seppellito dai parenti quasi allo stesso modo. Senza corone di fiori, ma con una grossa X.

Rinascere è possibile, anche con il cuore rotto!

Rinascere dalle proprie ceneri è possibile anche quando il cuore fa male e sanguina. Anche quando si pensa che il futuro sia torbido. Basta volerlo, rialzarsi con tutte le proprie forze. Ma non solo: bisogna avere le persone giuste accanto. Non c’è nulla da fare: certe volte, da soli, non si può riuscire a tirare fuori la testa per respirare. E in quei momenti, siano benedetti gli zii come Umberto, che danno tutto per salvarti.

Bello, forse un pochino tirato per le lunghe nella metà, ma con un finale che merita. E che lascia qualcosa… qualcosa in cui credere.  

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Giornalista pubblicista, editor e scrittrice, ha in tasca una laurea in Lettere e un master in Criminologia. Ha pubblicato sette libri, spaziando dall'horror al romance, e lavora nel campo del giornalismo da dieci anni. Tra le sue pubblicazioni, "I segreti di una culla vuota" e "Chi me lo ha fatto fare".

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