La bellezza salverà il mondo — Fëdor Dostoevskij, L’idiota
Una città antica, Padova, ha origini legate al mito greco. La tradizione vuole che la sua fondazione risalga al 1185 (un calcolo basato sui miti omerici dell’Iliade), per opera di un gruppo di Veneti, popolazione italica preromana e pre-villanoviana, che sarebbero giunti o dall’Illiria (attuale costa orientale dell’Adriatico) o addirittura dalla lontana Asia Minore. Un popolo fiero, di guerrieri, ma anche di commercianti, guidati da Antenore, eroe e principe troiano sopravvissuto alla distruzione della sua città, la cui tomba ipotetica viene immaginata sotto l’attuale omonima piazza.
Tuttavia, al di là della sua genesi, si tratta di una realtà che ha il sapore della santità, è la città del Santo, grazie all’imponente Basilica di Sant’Antonio, che da 700 e più anni la rappresenta in Italia e nel mondo. Ad essa ci rechiamo, di buon mattino per catturare l’afflato di Fede dei numerosi pellegrini che già alle prime luci dell’alba vi si dirigono.
Padova e la Basilica di Sant’Antonio: il richiamo della Fede oltre i secoli
Conosciuta a livello mondiale come Basilica del Santo, è una delle più grandi chiese del mondo ed è visitata annualmente da oltre 6,5 milioni di cristiani, che ne fanno uno dei santuari più venerati del cattolicesimo, anche perché in essa sono custodite le reliquie di Antonio e la sua tomba. Sorge in uno slargo imponente, maestoso, grave potremmo dire, che accoglie ma anche chiede rispetto. Al centro dell’imponente sagrato svetta il monumento equestre di Gattamelata di Donatello; e, dello stesso scultore, sono anche le statue bronzee (Crocifisso della basilica del Santo, statue e formelle di varie dimensioni) che Camillo Boito (architetto del XIX secolo) ha collocato sull’altare maggiore da lui progettato.

La cripta e i suoi ancestrali segreti
Ci incuriosiamo e vogliamo vitare la piccola cripta: chissà quali ancestrali segreti cela. Secondo una tradizione molto diffusa nel tardo Medioevo, ma non si sa quanto verificabile, in questo luogo sorgeva un tempio dedicato alla dea Giunone, in cui, secondo lo storico latino Tito Livio, i padovani donavano ed appendevano i trofei vinti nelle loro battaglie. Nel Medioevo questa era una zona periferica della città, dove sorgeva – e questa è cosa certa – la piccola chiesa di Santa Maria Mater Domini, affidata ai frati minoriti. Qui aveva soggiornato Sant’Antonio per poco più di un anno tra il 1229 ed il maggio 1231; accanto si fondò il convento dei francescani, forse proprio dallo stesso Antonio nel 1229.
Quando egli morì, il 13 giugno 1231 presso l’Arcella, nella parte nord di Padova, la sua salma venne composta in questa piccola chiesa e vi fu sepolto, seguendo il suo desiderio. E lo spirito volle che fosse luogo di Misericordia, dando segnali espliciti: ben presto, infatti, furono registrati fenomeni miracolosi sulla tomba antoniana e iniziarono ad arrivare i primi devoti, prima dalle contrade vicine e poi anche da oltralpe. E fu così che fin da subito le maestranze ecclesiastiche locali, con il benestare pontificio, beninteso, pensarono di edificare la prima struttura che poi sarebbe diventata la Basilica che noi vediamo.
La costruzione e gli architetti che vi lavorarono
Ci volle il suo tempo, quasi 80 anni, come per le grandi basiliche e cattedrali. La costruzione si protrasse fino al 1310. Ma il progetto andò oltre e fu sempre più perfezionato. Modifiche all’assetto si prolungano almeno fino al XV secolo, con un forte impulso dopo l’incendio e conseguente crollo di un campanile nel 1394. Tali lavori di riassetto includono il rialzamento del deambulatorio e il perfezionamento del coro, con la costruzione di una nuova cortina.
Fu sede di sperimentazione di grandi artisti e architetti: tra il 1464 e il 1467 vi lavorò Pietro Lombardo, che vi scolpì il monumento di Antonio Roselli (1464) e la lapide sepolcrale di Jacopo Pavini (1467). Ci si misero poi le guerre: durante la “Guerra della Lega di Cambrai” (1509), Padova fu al centro dei combattimenti e per la basilica furono guai. Si trovava, infatti, a breve distanza dalle fortificazioni e pertanto, tra due fuochi, subì da una parte i furori delle truppe venete assediate e dall’altra le rappresaglie dell’esercito imperiale assediante, che a fasi alterne la occupavano. Poi periodi più tranqilli, molti furono gli eventi bellici, ma i contendenti ne risparmiarono la santità: anzi nel corso del ‘900 i iniziarono i restuari sia alla struttura sia ai delicati affreschi delle cappelle laterali.
La Cappella delle Reliquie: il cuore spirituale della Basilica
Entriamo, con opportuna “contritio cordis”, nel monumentale edificio religioso, custode di secolare storia sacra. E ci dirigiamo, lungo un percorso intriso di riferimenti di Fede (ad iniziare dal monumento tombale del Santo), a quello spazio che per molti è il “Sancta Sanctorum” della massima Basilica patavina: la Cappella con le reliquie.
La cappella contiene, in primo luogo, il tesoro della grande chiesa e delle sue comunità, composto, in primis, da numerose reliquie, tra cui sono degni di nota, per devozione e per bellezza dei reliquiari, i resti del mento di Sant’Antonio, e quelli della sua lingua incorrotta. Ci facciamo poi abbagliare da preziose suppellettili liturgiche (calici, pissidi, patene, messali), che ricordano lunghe veglie di preghiera. In apposite teche di vetro, quindi, sono esposti resti della ricognizione del corpo del defunto effettuata nel gennaio 1981 (frammenti della tonaca del santo, le casse in legno contenenti le ossa – poi ricomposte nella tomba in un’urna di vetro -, i drappi avvolgenti le casse, un’iscrizione del 1263 attestante la prima traslazione del corpo).
Una commistione di stili architettonici impressionante
Usciamo ancora ricchi di vive emozioni, che non cessano certamente quando diamo uno sguardo complessivo al grande edificio religioso per rilevarne caratteristiche e stili architettonici. Ecco. Subito emerge, ad un occhio allenato, una complessa e peculiare fusione di stili: la facciata a campana con elementi romanici, gotici nella pianta del deambulatorio con le sette cappelle, bizantini nelle otto cupole rivestite in piombo ed infine i due campanili mostrano tratti moreschi, sottili e slanciati. Questo per il fatto che vari artisti famosi, di provenienza e scuola eterogenee, collaborarono alla decorazione della mastodontica chiesa, rifinendone i dettagli, appunto con alternanza di stili.
Tra loro, soprattutto Giotto che si occupò del Capitolo dei Frati nell’attuale chiostro omonimo, e più tardi il Mantegna, che fece una raffigurazione dei santi Antonio e Bernardino da Siena, oggi conservata al Museo Antoniano, per giungere agli interventi più recenti, come le porte in bronzo realizzate dall’architetto Camillo Boito nel 1895. E poi la Cultura, le buone letture, soprattutto, ma non solo di ispirazione religiosa, che allietavano le lunghe ore dei frati dedicate a riflessione e meditazione. Nel Chiostro del Generale sorge, risalente alla seconda metà del 1200, la Biblioteca Antoniana che attualmente contiene oltre 85.000 volumi, tra cui 850 codici manoscritti (alcuni risalenti al IX-X secolo), circa 300 incunaboli, oltre 3.000 cinquecentine e innumerevoli opere del Seicento e del Settecento.
I testi più notevoli della Biblioteca Antoniana
Tra i testi più notevoli: un Rationale Divinorum Officiorum, di Guillaume Durand, uno dei primi libri stampati con caratteri mobili (1459); una Cosmographia di Claudio Tolomeo con 26 tavole, le prime incise in rame, del 1462; un codice manoscritto con i Sermoni di Sant’Antonio (Codex Thesauri) con postille (1237). Tra i vari testi, si trovano inoltre l’Archivio Musicale della Cappella Musicale della Basilica (fondata nel 1486) e l’Archivio Antico e Moderno della Veneranda Arca di Sant’Antonio, che custodisce varia documentazione a partire dal 1396, anno di fondazione di questa istituzione per alla salvaguardia e la tutela del complesso antoniano.
Un luogo che riassume un “idem sentire”, un posto venerando per giganti del Pensiero e della Fede, che ci saluta e ci accommiata dopo averci reso immensamente più ricchi.
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