“Non è ciò che hai, ma ciò che sei che fa la differenza”, sono soliti ripeterci oggigiorno. O ancora, “il denaro non era niente, il potere non era niente. Si vedevano molti che avevano sia l’uno che l’altro ed erano infelici. La felicità invece è fatta di emozioni”. Suggestioni, certo, le medesime che ebbe René Magritte, pittore belga morto agli albori del secolo XX. Le sue tele, di impronta impressionista, suggeriscono contrasti tra razionale e irrazionale, la quotidianità e il mondo dei sogni, l’ordinario e il misterioso, il “non mostrato”, il “non detto”. Ma cosa hanno a che vedere con l’uomo moderno?
Ebbene, questa società, la nostra, è la società del “nascondiglio”. Ci nascondiamo dal mostrarci al naturale, senza trucco, per tutte le imperfezioni che abbiamo, per le cose che non abbiamo ma fingiamo di possedere e, infine, per tutta la meravigliosa fragilità che ci abita. Al contrario, però, mostriamo. Ci mostriamo con i filtri, per i vestiti che collezioniamo, per i viaggi che facciamo, per le cose che sappiamo, perfino per le relazioni che abbiamo.
Negli uomini senza volto di Magritte c’è protesta. Un abito, una bombetta, un uomo che si presenta “al meglio”. Non a caso, la bombetta nel XX secolo non era soltanto un cappello, ma era un simbolo di appartenenza ad una determinata classe, ad un certo status sociale. Tutti la indossavano per dire: sono ricco e ho un bel lavoro. Per esprimere, cioè, “cosa sono” e non “chi sono”. Ciò nonostante, c’è un particolare interessante: il suo volto non è mai visibile.
Quale irrazionale paura si nasconde dietro al mostrarsi per come si è davvero?
Ombra Dellamiaombra

Ombra e Dellamiaombra erano due fratelli. Si rassomigliavano in tutto. Se non avevi avuto la possibilità di incontrarli, non riuscivi a distinguerli con facilità. Ombra era un giovane alto, con spalle larghe e sempre ben vestito. Portava i capelli pettinati all’indietro, acconciati con mani e gel, lucidi. Amava leggere. Dellamiaombra, invece, non si voltava mai indietro a guardare quello che faceva il fratello. Anzi, alle volte, a uno sguardo più attento, poteva apparire “mancante”, di una spalla ad esempio, come un libro senza dorso.
Erano molto eleganti. Nella postura, nella statura, e anche nell’estetica decadente. Il loro colore preferito era il marrone, un marrone “polveroso”, come color polvere era anche la loro carnagione. A vederli era difficile dare loro un’età. Erano indivisibili e, sotto alcuni aspetti, forse simili. Non si volevano granché bene, potremmo dire piuttosto che avevano l’idea di “servire” l’uno all’altro. In più, stando sempre insieme, avevano finito per prendere le movenze, i comportamenti e il modo di parlare dell’altro. Questo, dunque, aveva contribuito alla loro somiglianza esteriore.
Non erano mai usciti di casa. Da qualche tempo, ormai, avevano smesso di mostrarsi tra le persone. Spesa, vestiti, libri, musica e ogni cosa venga in mente, era a domicilio. Col tempo, poi, cominciarono a non parlare neanche più tra loro, non ne trovavano l’utilità.
L’amore per il nascondersi
C’era una cosa, però, che li univa fin da bambini, un gioco. Difatti, Ombra e Dellamiaombra amavano nascondersi. La regola era soltanto una: non entrare nella stanza con la cornice dorata. E così, un giorno, dopo molto tempo, decisero di giocare e Dellamiaombra, che proprio non ne poteva più dei soliti, scoperti, nascondigli, decise di crearne uno nuovo, uno tutto suo. Entrò nella stanza della cornice dorata e saltò dentro, di spalle, perché si sa, “se non ti guardo, tu non mi vedi”.
Anche Ombra ebbe la sua stessa idea, ma con qualche minuto di ritardo. Entrò nella stanza e rimase a guardare le spalle di suo fratello oltre quel filo dorato. Era la prima volta che lo guardava così attentamente da vicino. Ebbe quasi un sussulto, che ingoiò subito. Erano davvero simili. Ma allo stesso tempo non lo riconosceva affatto. Non capì se era stato così bravo a nascondersi per tutto quel tempo da non essere mai trovato o ad essersi mostrato così tanto da diventare quasi invisibile, proprio come un fantasma. Quanto ci era voluto: qualche minuto, mesi, anni? Rimase lì, in silenzio, facendo credere a suo fratello di rimanere nascosto, ma sempre in mostra.
Allergia
C’era una strana forma di allergia. C’è chi starnutisce, chi si gratta, chi ha rossori. Ma questa allergia era diversa. Poteva essere accomunata ad una qualche strana forma di congiuntivite. Colpiva tutte quelle persone “delicate”. Ma no, non delicate di salute, come cagionevoli. No, questa allergia colpiva i “fragili”. Non c’era un’età specifica nella quale si sviluppava. Però i sintomi sì, erano stati individuati. Vestirsi come si vuole, parlare come si vuole, agire come si vuole. Consapevoli. Insomma mostrarsi per quelli che si è, nel bene e nel male.

Se fosse un matrimonio, si direbbe “in salute e in malattia”. Ecco questi soggetti, i soggetti che si vestono come vogliono, parlano come vogliono e agiscono come vogliono, iniziavano a sviluppare una sorta di fastidio agli occhi. Prima poco e sporadico, poi sempre più intenso e costante. Era quasi come tutte quelle cose, che avendo tollerato per tanto tempo fino a quel momento, ora iniziavano a dare fastidio fisico ed evidente. Gli occhi diventavano così più sensibili, più “filtranti”. La luce era aggressiva e invadente, maleducata. Dagli occhi passavano anche i suoni.
L’allergia allora si manifestava così come vi dico
Il colore dell’occhio iniziava a diventare via via più chiaro. L’iride era azzurra. La forma prendeva un’aria più tondeggiante e rassicurante. Sembra che l’aggettivo migliore per definire l’effetto della mutazione psicofisica possa essere “disarmante”. Poi succedeva che le ciglia, sia nell’arcata superiore, che in quella inferiore, iniziavano a cadere e lasciare l’occhio, la pupilla, vergine. Nel grado più severo di questa particolare allergia l’iride-cielo si componeva di qualcos’altro. Nuvolette bianche facevano capolino da un lato e dall’altro, muovendosi, alle volte, più velocemente, altre, più lentamente. Prendevano forme e dimensioni sempre diverse. Ma tutto questo non sembrava incutere paura, ma al contrario pace in chi li incontrava. I soggetti allergici invece si sentivano pieni.
Leggeri, ma pieni
Pieni di pensieri, belli, brutti, gialli, rosa, pensieri di su, di giù, di plastica, di ferro, taglienti, di Didò. Insomma, non smettevano mai di immaginare e meravigliarsi.
Una volta, a scuola, un bambino la prese, prese questa allergia. Era poco frequente, che già a quell’età si potesse essere contagiati. Lui scambiava un pò le lettere, le invertiva, se ne dimenticava qualcuna tra le righe, oppure era così generoso da metterne in più, premuroso. Tornato da scuola si sentiva diverso, così dice alla mamma: “Mamma mamma ho l’allegria, ho l’allegria!”. E allora la mamma se ne compiaceva, perché effettivamente vedeva il figlio molto felice.
Per gli artisti, invece, questa allergia-nuvola era un vero e proprio affare. Una fonte di ispirazione potentissima. Pensate che si era creato addirittura un giro di ricchi signorotti che finanziavano ricercatori per poter ricreare in laboratorio questa influenza. Ma nessuno ci era ancora riuscito.
Le persone con gli occhi-nuvola non potevano più “guarire”. Vedevano tutto, sentivano tutto, quasi prevedevano quello che sarebbe accaduto, anzi era così. Questo super potere li faceva vivere bene. Non vivano di bisogno, ma di piacere. Potevano apprezzare le cose semplici, come le grandi cose. Mangiare, creare, amare, di gusto. Le persone-nuvola erano esposte. Le persone-nuvola erano potenti. Ma le persone-nuvola erano anche piene, come abbiamo detto. Le nuvole nei loro occhi non nascondevano nulla, al contrario mostravano più chiaramente. Allora mostravano un ragazzo deriso da altri ragazzi, mostravano un animale picchiato e abbandonato per la strada, mostravano ancora una donna strattonata e abusata in un vicolo buio.
Dalla loro allergia non potevano guarire, ma dalle cose brutte sì. Così andavano in giro a fare questo, le donne e gli uomini, i ragazzi e le ragazze, le bambine e i bambini occhi-nuvola, andavano per i posti e per i tempi a dire un messaggio, il loro.
Amanti25
Si erano “conosciuti” sui social. Conosciuti è il temine giusto, nel ventiventicinque si dice così. Da cosa era composto questo termine? Qualche messaggio scritto con “buongiorno”, “io ho fatto questo, ho fatto quello…”, “guarda che tempo!”, “cos’hai mangiato?”, domande così. E per i più interessati -rari- “com’è andata la tua giornata?”.

Loro chattavano già da qualche tempo ma non si erano mai visti. O per meglio dire, si erano visti tantissimo. Si erano solo “visti”. Lui conosceva ormai a memoria tutte le foto in bichini di lei e lei tutte le foto in palestra di lui. Il numero di likes, i followers, e i commenti alle foto.
All’inizio erano molto timidi e poi avevano iniziato a scambiarsi complimenti, tanti, troppi. Se chiedessimo a uno dei due quale è l’ultima volta che l’altro ha riso, ha pianto e perché non ci sarebbe risposta. “Ma che barba, a cosa serve saperlo? Che pesantezza! Parliamo di cose un po’ più serie. Inviami qualche foto sexy!” Oramai erano arrivati a convincersi di amarsi. Erano destinati a stare insieme. Il cellulare fu Galeotto e Ginevra, e la tavola rotonda e il castello e tutto quanto il resto.
Era di rito oramai mandarsi una media di una ventina di foto al giorno. Avevano conosciuto così le loro famiglie, i loro amici, le loro abitudini. E quando qualcuno chiedeva loro “Ma non volete vedervi?”, loro non capivano e rispondevano: “Ma noi ci vediamo tutti i giorni, ogni momento, sappiamo tutto l’uno dell’altra!”.
Avevano perfino trovato un modo per baciarsi. Era molto semplice, bastava attivare la videochiamata, chiudere gli occhi e baciare lo schermo nello stesso momento. Lo trovavano così romantico, un momento magico. Proprio non riuscivano a capire, a vedere che bisogno c’era di stare insieme di persona. “Noi così abbiamo già tutto e anche di più!”, diceva lei. Di più perché poteva farsi vedere già truccata e pettinata al mattino, poteva indossare qualcosa che le donava e non mostrava i suoi difetti, poteva inquadrare solo quello che voleva e chiudere senza sforzo la telefonata quando non voleva più continuare a parlare. Lo sforzo era minimo. Non era bellissimo? Quello che ognuno desidererebbe.
Lui invece era più pratico. Pensava che non avrebbe dovuto sborsare un soldo, non sarebbe dovuto andare a prendere nessuno sotto casa o comportarsi da galantuomo, poteva semplicemente stare attento ad essere gentile con qualche messaggio in più o, quando proprio era un avvenimento importante, con un piccolo video-sorpresa. E così continuano felici, ancora oggi, un bacio dopo l’altro sullo schermo, velati e contenti.
Da bambino quando giocavo a nascondino con i miei cugini, una volta uno di loro mi disse:
Angelo il nascondiglio migliore è quello più evidente. Mostrati per proteggerti, per vincere il gioco
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