Papa Francesco, Covid e San Pietro vuota, cosa resta sei anni dopo: ne siamo usciti migliori?

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Papa Francesco
Credit: immagine di copertina estrapolata dall'archivio RaiNews24

Piazza San Pietro, una delle piazze più famose del mondo, completamente deserta. La pioggia che, incessante, cadeva sui sanpietrini. L’atmosfera cupa di una sera, tra paura, fragilità e incertezza. Era il 27 marzo del 2020 quando Papa Francesco, l’uomo ancor prima del portavoce della divinità, pregava per tutta l’umanità tra il buio, le gocce che – inesorabili – scendevano e quel senso di vuoto che accompagnava tutti noi.

E lì, guardando lui attraverso uno schermo, perfino i più atei erano spaventati. Spaventati da una morte che tutti sappiamo essere parte della vita, ma che in quel momento sembrava più vicina. Tanto vicina da poter essere toccata con un dito. E la fragilità, quella vera e pura che puzza di terrore, divenne parte di noi, di tutti noi. Non era solo religione, del resto: era aggrapparsi a qualcosa, a qualunque cosa, pur di non sentire quel peso sul petto, quel macigno che rendeva difficile respirare.

Il gesto di Papa Francesco fra un silenzio surreale e un tempo sospeso

Il Covid-19 si abbatté sulle nostre esistenze a inizio dell’anno e sembrò avere il suono di un tuono. Qualcosa che si rompe dentro te. E nel mondo. Qualcosa che rivoluziona tutto, che cambia tutto, che complica tutto. Le finestre sempre chiuse. Qualcuno che dai balconi cantava, per dare forza a se stesso e agli altri. Gli striscioni con le scritte motivazionali, colorate.

Ne usciremo migliori

O perlomeno, è così che recitavamo tutti. Il rumore delle ambulanze. Ma il silenzio che dominava tutto. Silenzio come riflessione? Silenzio come cose da dire finite, come presagio, come speranza? Silenzio come modo per esorcizzare quel dolore, quella spaventosa sensazione che si aveva che tutto potesse finire in un battito di ciglia? Che tutto potesse essere stato vano? O piuttosto, come consapevolezza di essere impotenti di fronte a un virus che mieteva vittime su vittime, che non faceva sconti, che era implacabile e invisibile e pazzesco proprio perché di individuarlo non c’era proprio il verso. E allora, si aveva persino paura di toccare l’ascensore. Di fare la spesa.

La pandemia che inizialmente ci ha uniti

Sì, ci ha uniti perché eravamo tutti uguali. Si sa, quando la donna con la falce si avvicina – in qualsiasi circostanza lo faccia – tutti tendono a pensare che i problemi che attanagliavano il corpo e la mente fino a poco prima siano così banali da non avere un senso compiuto. Un senso vero. Allora non esistono ricchi e poveri, intelligenti e stolti, CEO delle più grosse aziende mondiali e cassieri del market di paese. Esiste solo il senso della vita, che ha più sapore quando si ha paura che tutto stia per finire.

Ricordo le riflessioni: l’avrei dovuto dare quel bacio. Avrei dovuto dedicare più tempo ai miei figli. Avrei dovuto dire a mia madre che era stata l’ispirazione per tutto. Avrei dovuto spiegarmi, scusarmi, riflettere. Perché la vita è breve sempre, per quel che ne sappiamo, ma in quel frangente venne il dubbio a tutti noi che la morte incombesse sulle nostre teste come un boia. E cosa resta, quando la clessidra ha solo pochi granelli, se non il rimpianto? E ci sentimmo, bene o male, tutti fragili. In un mondo dove la fragilità viene demonizzata, avemmo un grande, enorme privilegio: poter dire “ho paura, ho una paura fottuta per me e i miei cari”.

Ma poi? Che ne è stato di questa unione?

Abbiamo detto che gli striscioni ci ricordavano costantemente le cose belle. Colorati, campeggiavano nei balconi. “Ce la faremo“, “Ne usciremo migliori“, “Andrà tutto bene“.Ma ora mi viene da chiedere: ne siamo davvero usciti migliori? È andato tutto bene? O quall’immagine, con il Papa spoglio di qualunque forza – proprio come noi, che aspettavamo i nuovi bollettini delle 18 con la pena sul cuore – a pregare per noi è stata solo un’immagine scomoda, che a pensarci sembra quasi appartenere a un’altra epoca?

Abbiamo dimenticato il tempo sospeso, il fare il pane in casa, lo stare con figli e marito stretti stretti a sperare per il meglio, le telefonate e le videochiamate ai parenti lontani per dimostrare vicinanza. Abbiamo dimenticato la dolcezza della fragilità, di avere il diritto di essere spaventati, di poterci prendere del tempo per noi. Abbiamo dimenticato la carovana di bare a Bergamo. Abbiamo dimenticato le promesse. Le voglie. Le lacrime. Le battaglie tra chi voleva i vaccini e chi era no-vax, le polemiche, le incertezze: tutto è arrivato dopo a ricordarci che no, non eravamo uniti né simili, ma pronti a sgozzarci per ogni cosa.

Ne siamo usciti peggiori!

Sì, le promesse le abbiamo dimenticate. Tutte. E non ne siamo usciti migliori, ma peggiori. Più arrabbiati, più invidiosi, sempre in guerra l’uno con l’altro. Gli applausi ai medici e agli infermieri che hanno rischiato tutto? Ora tutti contro la categoria sanitaria, anche quando non c’è nessun bisogno. Le speranze che i bimbi figli della pandemia non avessero problemi di socializzazione? Nervosismo e stress con loro perché gli ci vuole più tempo per elaborare le emozioni, le sensazioni, le vicende umane.

E ci è rimasta l’ansia, un’ansia potentissima che morde lo stomaco. Ma non lo ammetteremo mai. Perché i social sono tornati sfavillanti. E siamo tutti vincenti, lì, mai fragili e impauriti. Eppure, eppure non è un capitolo chiuso. C’è chi ha perso un lavoro. E chi è morto solo, in ospedale. Chi non ha potuto salutare un proprio caro con un funerale. Sono rimasti i disinfettanti, quelli sì, e in alcuni casi le mascherine: ma non è che li usiamo per proteggerci da quelle immagini che abbiamo preferito cancellare che metabolizzare? Come se, igienizzandoci le mani, non si possa pensare a quanto faceva paura toccare le maniglie?

E quindi è tutto finito? Siamo tutti tornati come prima della pandemia?

Sì, ma è una scelta nostra. Possiamo ancora fare un salto all’indietro, chiudere gli occhi e pensare a quanto fece male, a quanto il rumore delle ambulanze evocasse gli scenari peggiori, alle soffiate su chi non rispettava le regole, alle lunghissime giornate che sembravano non passare mai – ma che alla fine, spoiler, sono passate. A ogni colpo di tosse che faceva piangere. Ai baci dati ai nostri bimbi mentre dormivano, chiedendo a Dio o al fato che venissero risparmiati, anime dolci. Alla fragilità, di cui abbiamo bisogno. Non dobbiamo essere sempre guerrieri, sempre forti, sempre coraggiosi.

Vivere ogni giorno come fosse l’ultimo: si può!

E allora sapete che vi dico: che potremmo ritornare, ogni tanto, a quel silenzio. E domandarci quali rimpianti abbiamo, quali cose possiamo sistemare, cosa abbiamo lasciato in sospeso. Perché se una cosa la pandemia ci ha insegnato, ebbene, è proprio che la vita è un soffio. Siamo tutti appesi. E allora, quel bacio DATELO! Dichiarativi alla persona che amate in silenzio. E date tempo e amore ai vostri figli, sempre, non solo quando finite gli impegni. Liberatevi, un pochino, e sedetevi con loro sul divano e vedere La pimpa. O a ballare con loro. Chiamate la vostra mamma anziana. Provate a ricucire con vostro marito, se sono solo problemi normali, di comprensione. E accarezzate i vostri animali domestici, silenziosi alleati in questa battaglia chiamata vita.

Non abbiate paura di avere paura. È normale. Ed è sano. Siate coraggiosi e fragili al tempo stesso. E unitevi gli uni agli altri, che il senso di comunità è una cosa bellissima. E non dimentichiamo che c’è sempre tempo per uscirne migliori!

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Giornalista pubblicista, editor e scrittrice, ha in tasca una laurea in Lettere e un master in Criminologia. Ha pubblicato sette libri, spaziando dall'horror al romance, e lavora nel campo del giornalismo da dieci anni. Tra le sue pubblicazioni, "I segreti di una culla vuota" e "Chi me lo ha fatto fare".

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