Segreti. La famiglia Cook ha sempre basato la propria vita su due principi: la terra e il lavoro. A fare da collante di questa grande tenuta di mille acri è il patriarca Larry (Jason Robards, 1922-2000), uomo di altri tempi e molto legato alla sua fattoria. Per non essere costretto a pagare le imposte di successione, vedendo così smembrata la sua immensa proprietà, l’anziano signore decide di ripartire il tutto con le tre figlie. Ginny (Jessica Lange) è sposata con Ty (Keith Carradine), non ha potuto avere figli ed è molto legata a sua sorella Rose (l’intensa Michelle Pfeiffer), che invece ha due figlie ed è sposata con Peter Lewis (Kevin Anderson), alcolista e manesco.

La donna, dall’animo forte e caparbio, ha subìto da poco una mastectomia e sta lottando contro il cancro. Ciò nonostante non perde la sua voglia di lottare e di sconfiggere la malattia. Caroline (Jennifer Jason Leigh), la più piccola delle sorelle Cook, fa l’avvocato e si è trasferita in città da anni. Alla notizia di voler cedere le quote della proprietà, la famiglia rimane contenta sebbene sembri più una felicità legata ai mariti delle sorelle Cook che finalmente potranno adottare una serie di migliorie alla grande tenuta senza il benestare del patriarca Larry.
L’unica a mostrare rimostranze e ad essere estromessa dalla quota è proprio Caroline che si convince che il padre sia stato in qualche modo raggirato a causa di una demenza senile allo stadio iniziale. Durante una notte di pioggia, l’uomo si reca a casa delle figlie e inveisce contro di loro trattandole in modo atroce. A complicare ulteriormente la situazione vi è poi il ritorno di Jess (Colin Firth), il grande amore di Ginny.

Gli specchi si incrinano e tornano i mostri del passato in “Segreti”
Le prime incrinature dello specchio iniziano ad emergere. Tutti i dissapori, tutte le cose non dette, soprattutto i mostri sotto il letto prendono forma: spezzando, così quella finta tranquillità tipica delle famiglie americane.
La regista australiana Jocelyn Moorhouse riprende il romanzo best seller della scrittrice statunitense Jane Smiley, La casa delle tre sorelle del 1991, che vinse il Premio Pulitzer, e ne traspone un’opera unica, un dramma dalle tinte forti e dai dialoghi taglienti. Il rapporto tra le sorelle Cook viene nel film della Moorhouse quasi esasperato e il tutto diviene una sorta di Re Lear al femminile.
Emozioni all’estremo
La pellicola sfrutta la bravura delle tre donne che riescono a mettere in mostra una gamma di emozioni e soprattutto di frustrazioni: il dolore per non aver avuto figli, il tumore e la violenza domestica e sessuale. I ricordi delle molestie subite da ragazzine tornano alla mente delle protagoniste, insieme agli odori di tabacco e di stalla, aumentando sempre di più quell’impasse emotivo che pervade tutto il film. La rabbia e il rancore uniti al forte legame delle due sorelle maggiori, però, sono i veri protagonisti del lungometraggio, che passò in Italia quasi in sordina nel 1997 anche a causa della stroncatura della critica cinematografica e di un evidente fiasco al box office.
Ciò nonostante, l’interpretazione delle attrici è più che credibile e ben calibrata. La Lange riesce quasi sempre a mantenere viva l’attenzione dello spettatore sebbene il più delle volte non riesca, forse volutamente, ad esprimere tutta la rabbia nei confronti del padre-padrone che ha dentro. A bilanciare il tutto e a fare da controparte vi è la Pfeiffer che costruisce il suo personaggio come una combattente che non ha paura di ribellarsi alle angherie e alle violenze paterne. Urla al mondo intero e soprattutto alla sua famiglia tutto l’odio e il rancore e gli anni di violenza sebbene nessuno sia disposto a crederle. La meno credibile del gruppo rimane la Leigh.
Un po’ fuori parte sebbene riesca a sostenere il confronto con le due grandi prime donne del film.
Insomma, un’opera non facile da digerire ma che merita a mio parere di essere recuperato e rivalutato a distanza di oltre venti anni. Si avvale di un ottimo cast (prettamente femminile) supportato da momenti climax. Basato su dialoghi profondi e riflessivi e sugli sguardi tristi delle protagoniste, benché la regista lasci aperto un piccolo spiraglio di luce. Ciò che rimane forse è il desiderio di rivalsa, di superamento dei traumi del passato, grazie ad una sola cosa: la speranza.
Buona visione!
Sono contenta di non aver perdonato ciò che non si può perdonare – Michelle Pfeiffer
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