Belen Rodriguez, il terremoto silenzioso delle parole: la violenza non ha genere

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Belen
Belen a "Belve" il 28 ottobre 2025/Credit: web

È bastata una frase, detta con quel misto di ironia e leggerezza che da anni accompagna ogni uscita pubblica di Belen Rodriguez, per far esplodere di nuovo una discussione che sembrava sopita. Al Vanity Fair Stories 2025, la showgirl ha scherzato: “Chi non ha dato uno schiaffettino?“. Voleva essere un modo per placare le polemiche che aveva suscitato nelle scorse settimane quando, ospite a Belve, aveva ammesso comportamenti aggressivi verso i partner. «Sono aggressiva, manesca. Quando mi parte “la sudamericana”… I miei fidanzati li ho menati tutti. De Martino è quello che ne ha prese di più. Una volta a uno ho tirato anche un cactus!». Un commento che molti hanno preso come battuta, altri come confessione, altri ancora come provocazione. Ma al di là del tono, delle intenzioni e del personaggio, quelle parole hanno spalancato un tema enorme.

Perché ci sono frasi che non restano sospese nell’aria: cadono, fanno rumore, aprono crepe. Quando Belen si è lasciata andare a queste confidenze, qualcosa si è mosso sotto la superficie. Non è solo il clamore mediatico, né il meccanismo automatico della polemica. È la sensazione che, dietro a quelle battute apparentemente leggere, si nasconda un paese intero che ancora non sa come reagire quando la violenza non segue la direzione che ci si aspetta. Ed è per questo che Belen ha acceso un incendio: non tanto per ciò che ha detto, ma per ciò che ha rivelato.

Come scriveva Simone de Beauvoir:

Il patriarcato non ha bisogno di violenza costante: gli basta l’abitudine

E in questa abitudine ci siamo dentro tutti, quasi senza rendercene conto. Così, ogni volta che una donna racconta di aver alzato le mani su un uomo, il dibattito pubblico si inclina, si storta, cambia peso.

Quando la violenza cambia direzione: il cortocircuito innescato dalle frasi di Belen

La violenza non ha genere/Credit: su licenza di CC0 Public Domain

Quando a colpire è una donna, l’immaginario collettivo subisce un cortocircuito: la percezione collettiva sembra perdere gravità. All’improvviso la tensione si abbassa, la scena si fa comica, il racconto scivola nel folclore. «Sono aggressiva e manesca, picchio i miei partner»: la stessa frase che detta da un uomo scatenerebbe indignazione, pronunciata da una donna diventa un aneddoto di cui ridere.

Il problema non è Belen. È il riflesso automatico che si attiva in noi: un filtro culturale che decide quanto pesa un colpo non in base al dolore che provoca, ma in base al genere di chi lo dà.

Il punto non è proteggere gli uomini contrapponendoli alle donne. Il confronto è già un errore, perché il rischio è che per riconoscere la violenza su un uomo si finisca per delegittimare quella sistemica contro le donne, come se fossero due pesi da bilanciare sullo stesso piatto. La verità? Non lo sono affatto. La violenza sulle donne nasce da un impianto storico, culturale e politico che le definisce inferiori e controllabili. Quella sugli uomini, per quanto gravissima e sempre da condannare, non ha struttura, non ha radici collettive, non è sistema. È un fatto, non un fenomeno. Il punto, quindi, è molto più profondo: capire perché la nostra percezione si trasformi automaticamente quando la violenza cambia genere.

Perché ci scappa da ridere se una donna picchia un uomo? Spoiler: il colpevole è sempre lui, il patriarcato.

Ebbene sì, perché il patriarcato non distribuisce solo privilegi. Distribuisce ruoli. E chiunque li infranga, uomo o donna, finisce schiacciato.

Il patriarcato che disegna i corpi e decide i racconti

Il patriarcato è una gabbia che ci imprigiona tutti.
Il patriarcato è una gabbia che ci imprigiona tutti/Credit: web

Il patriarcato non è solo la struttura che storicamente ha tenuto le donne sotto controllo; è anche un manuale di istruzioni tossico, l’apparato che impedisce agli uomini di essere fragili, vulnerabili. Li vuole granitici, impermeabili, incapaci di essere vittime. E quando lo diventano, il giudizio pubblico non si indigna: diventa scherno.

Ecco il paradosso: lo stesso sistema che opprime le donne rende invisibile il dolore maschile. Quando un uomo viene picchiato dalla partner, il problema non è che “non sembra grave”: è che non sembra credibile. E la derisione che si scatena è il sintomo di un identikit maschile così rigido da diventare violento anche nei confronti degli uomini stessi. Una società che ti ride in faccia quando ti colpiscono non è molto diversa da una che ti dice di non piangere perché “non sta bene, non è una cosa da maschi”.

Ma la verità è che la violenza non cambia natura in base al corpo che la compie.

In entrambi i casi nasce dallo stesso luogo: l’idea che controllare, colpire, imporre sia un linguaggio accettabile quando le emozioni superano il limite. Così, quando Belen scherza sulle botte, la risata non è solo fuori luogo: è un indicatore della cultura che la circonda, quella che normalizza le mani alzate se a brandirle è una donna e che contemporaneamente deride un uomo se tenta di raccontarlo.

Riconoscere la violenza senza tradurla

La domanda giusta, allora, non è “Cosa sarebbe successo se quelle cose che ha detto Belen le avesse dette un uomo?”. La domanda giusta è: perché continuiamo a filtrare la violenza attraverso gli stereotipi che il patriarcato ci ha consegnato?

Finché continueremo a misurare la gravità di un gesto in base al genere di chi lo compie, non riusciremo mai a comprendere davvero cosa significhi violenza. Non potremo guardarla negli occhi senza paura di rompere il racconto ufficiale.

Forse il passo più necessario, e il più difficile, è proprio questo: togliere alla violenza ogni gerarchia. Smettere di interpretarla. Smettere di tradurla. Accettare che esiste in molte direzioni, ma che tutte fanno male. E che ridere di una mano alzata, da chiunque sia stata alzata, significa tradire non una categoria di persone, ma l’idea stessa di dignità umana.

Perché solo quando capiremo che la violenza non è una gara, né una bilancia, potremo iniziare a smontare davvero il sistema che la rende possibile. Un sistema che, in fondo, non protegge nessuno.
E ferisce tutti.

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Classe 1984, è una giornalista che ha iniziato la sua carriera nel 2006 presso un'emittente locale, dove si occupava principalmente di cultura e attualità. La sua passione per il giornalismo e la comunicazione l'ha portata a collaborare con alcune delle più importanti testate nazionali, ampliando il suo raggio d'azione su una vasta gamma di temi.Nel corso degli anni, ha scritto di attualità, cultura, spettacoli, musica, cinema, gossip, cronache reali, bellezza, moda e benessere. Ha avuto l'opportunità di intervistare numerosi cantanti, attori e personaggi televisivi italiani e stranieri.Attualmente, scrive per le riviste Mio, Eva 3000 e Eva Salute, dove continua a esplorare i temi che da sempre la appassionano, con un occhio attento alle tendenze e ai cambiamenti del panorama mediatico e culturale.

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