Se c’è una cosa che accompagna puntualmente il Festival di Sanremo, più della scenografia floreale e più delle polemiche rituali che gli fanno da contorno, è la dichiarazione solenne dei suo conduttori: “Questa volta sarà diverso”. Una promessa un momento prima e subito dopo un ricordo già sbiadito dal tempo. Perché la diversità, all’Ariston, non è mai stata davvero di casa. E non basta il siparietto inclusivo, per quanto nobile, dei ragazzi con disabilità a trasformare un format vecchio in uno spettacolo nuovo.
Il vincitore di Sanremo 2026 ci rammenta che il Festival non è soltanto una gara musicale
La 76ª edizione del Festival della Canzone Italiana, tra le altre e tante cose, ci ha semplicemente confermato una verità che conosciamo benissimo ma fingiamo di scoprire ogni anno: Sanremo non è una gara musicale. Al contrario, la kermesse rappresenta un rito collettivo, o per meglio dire, un cerimoniale televisivo capace di incollare milioni e milioni di telespettatori allo schermo, trasformando il salotto di casa in un’arena nazionale. Cinque serate in cui l’Italia si divide tra chi ascolta, chi osserva, chi critica con competenza (il più delle volte presunta) e chi sostiene di non guardarlo “mai”, salvo poi conoscere a memoria la scaletta, l’ordine di uscita e perfino i codici del televoto.
E il pubblico? Beh, il pubblico non ascolta soltanto. Il pubblico valuta. Valuta gli outfit come fosse alla Fashion Week. Le note come se avesse frequentato il conservatorio. E valuta i testi come se fosse reduce da un master in semiotica applicata. E nel frattempo, però, canticchia. È questa la contraddizione che rende Sanremo indistruttibile: lo critichiamo con superiorità, ma lo viviamo con partecipazione viscerale. Si parla di rinnovamento, ma il Festival sopravvive proprio perché non rinnega la sua natura. È insieme varietà e competizione, un luogo dove il passato entra in scena con la stessa legittimità del futuro.
E poi c’è il sottobosco parallelo: influencer e personaggi di dubbio spessore che, pur di farsi immortalare tra le strade della città dei fiori accanto a quelli che sono autentici vip dello show business italiano, benché qualche infiltrato lo si trovi pure lì, impegnano persino quel briciolo di dignità che forse non hanno mai posseduto. Perché oggi non conta chi sei, ma cosa sei disposto a diventare e quanto ci si avvicini ad esserlo.
Alla fine la classifica è un mero dettaglio
Tra il dire e il fare scorre il solito mare. Un mare di prevedibilità, di retorica riciclata e di emozioni preconfezionate male. Un mare di noia che anche stavolta è riuscito a trascinarmi via. Eppure, alla fine, non importa che a vincere sia stato Sal Da Vinci, riflesso a dir poco perfetto dell’Italia allo stato attuale a livello politico, sociale e televisivo di Mamma Rai. Non importa nemmeno chi, al suo posto, forse lo avrebbe meritato davvero. La classifica è un dettaglio, una formalità da televoto. Quello che conta davvero è occupare spazio: cinque sere di monopolio emotivo nazionale, cinque sere in cui tutto il resto sembra sospeso.
La televisione è lo specchio dove la nazione si guarda – Umberto Eco
Donald Trump ha attaccato l’Iran e ci fosse un Cristo che se ne sia accorto. E non importa a nessuno se Patty Pravo, l’iconica ragazza del Piper, per citarne una, non canta più come una volta o magari non canta più come vorremmo, ma comunque continua ad incarnare un’epoca. Perché attraverso di lei quell’epoca torna a respirare. E così i cantautori trasformano relazioni finite in concept esistenziali, i rapper portano il presente in un teatro che sembra uscito da un’altra era, i romantici professionisti promettono “per sempre” con la stessa convinzione con cui noi promettiamo di iniziare la dieta il lunedì. Nessuno ci crede davvero, ma il rituale funziona lo stesso, specialmente sulle piattaforme virtuali.
Chissà, forse Sanremo non cambia mai perché NON DEVE cambiare. È lo specchio perfetto di un Paese che ama criticare ciò che non riesce a smettere di guardare. Ci annoia, ci irrita, ci divide. Ciò nonostante, ci torniamo ogni volta. Sempre. E non per la musica, ma per il bisogno, tutto italiano, di sentirci protagonisti di qualcosa che possiamo commentare senza doverci assumere la responsabilità di cambiarlo!
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