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Barbablù e le relazioni tossiche: quando l’amore diventa controllo

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Quando ero piccola la ascoltavo su una cassettina. Le voci narranti erano straordinarie: Barbablù aveva una voce grave, profonda, affascinante all’inizio e pericolosamente cattiva dopo; la moglie una voce dolce, sottile, ingenua prima e terrorizzata poi. Quella fiaba mi faceva paura, eppure non smettevo di ascoltarla. Mi smuoveva qualcosa dentro, anche se ero solo una bambina.

Oggi la porto spesso ad esempio perché credo che le fiabe non nascano per addormentare i bambini, ma per svegliare gli adulti. Charles Perrault pubblica Barbablù nel 1697, in un’epoca in cui il matrimonio è soprattutto un contratto economico e sociale. Eppure, dentro una cornice apparentemente lontana, descrive con precisione chirurgica una dinamica che oggi riconosciamo benissimo: l’uomo che seduce, incanta, promette… e solo dopo rivela il suo bisogno di controllo assoluto.

Barbablù è sì una fiaba del passato ma anche una radiografia del presente.
È la storia di uomini che prima si mostrano meravigliosi e poi diventano predatori e di donne che imparano, spesso a caro prezzo, in anni in cui i femminicidi incalzano, a fidarsi del proprio intuito.

La storia di Barbablù, in breve

Barbablù è ricchissimo: possiede palazzi, oro, feste, promesse. Ma ha una barba blu, un dettaglio inquietante ma se vogliamo perfino affascinante, con un tratto istrionico. In passato aveva avuto altre mogli, dettaglio da tenere a mente. Fa invaghire una giovane donna che, attratta da fascino, ricchezze e benessere, accetta di sposarlo. Dopo il matrimonio, l’uomo parte per un viaggio e lascia alla moglie tutte le chiavi del palazzo con la raccomandazione di non aprire mai una certa stanza. La curiosità, ma in realtà è chiaramente l’intuito a guidarla, la spinge a disobbedire. Dentro trova i cadaveri delle precedenti mogli.

Per lo spavento la povera donna urla e lascia cadere a terra la chiave, che si macchia di sangue. Per quanto provi a pulirla, la macchia resta, indelebile, anzi diventa sempre più grande. Al ritorno Barbablù vede la chiave e scopre che la moglie ha disubidito così le dice che la dovrà uccidere, proprio come le precedenti mogli. Solo l’intervento dei fratelli, che lei allerta e che arrivano a palazzo ad uccidere l’uomo, la salva.

Ecco le chiavi dei due grandi guardaroba, ma questa, ch’è la chiave del gabinetto in fondo al corridoio, questa vi è rigorosamente proibita – Barbablù

Che cosa ci racconta davvero questa storia? Perché è ancora così attuale?

La moglie non apre quella porta perché è semplicemente curiosa. La apre perché dentro di lei qualcosa spinge: uno strano intuito. Il marito le proibisce di entrare e, insieme al divieto, arrivano segnali precisi: inquietudine, ansia, la sensazione che qualcosa non torni.

All’inizio del matrimonio, quella donna, non ascoltando il proprio intuito, ha minimizzato il disagio in nome delle ricchezze, del palazzo sontuoso, della promessa di sicurezza. È l’errore tipico di chi entra in una relazione tossica: credere più alla promessa che alla percezione. Prima che qualcuno possa dire che la donna era avida, contestualizziamo la logica di Perrault: alla fine del ‘600, i matrimoni avvenivano per scopi/scambi economici e sociali. Era la norma.

La stanza proibita: ciò che non deve essere visto

La stanza rappresenta tutto ciò che l’uomo vuole tenere nascosto: il passato, la violenza, il lato oscuro, la sua vera natura. E’ lo spazio che il manipolatore usa per dominare, è quella parte di sé che nessuno deve scoprire. Aprire quella porta significa rompere l’incantesimo dell’apparenza e vedere l’uomo per ciò che è davvero. Rendiamoci conto della modernità di questa fiaba e soprattutto rendiamoci conto di come queste dinamiche a cui oggi abbiamo dato il nome di “narcisismo maligno”, abbiano radici così lontane ed ataviche, motivo per cui è così difficile sdradicarle.

La chiave insanguinata: la verità non si cancella

La chiave, dalla quale non si può lavare via il sangue in alcun modo, è uno dei simboli più potenti della fiaba. Una volta vista la verità, non si torna indietro. E’ a quel punto che l’inganno si svela, che la consapevolezza ci fa aprire gli occhi e che si capisce che quella relazione è distruttiva. Potrebbe mai fingere, la moglie, di non avere visto?

I fratelli: le parti battagliere che si risvegliano

L’arrivo dei fratelli rappresenta la nostra forza interiore, quella parte razionale, combattiva per la quale non vogliamo più stare con quella persona, dentro quell’inganno, quella paura.
I fratelli arrivano e uccidono il marito. Questo aiuto salvifico è la rappresentazione di quando ci ribelliamo definitivamente, quando “chiediamo aiuto” (agli altri ma soprattutto a noi stessi). La relazione tossica perde potere, “muore”. Proprio come Barbablù.

L’abuso di Barbablù

Barbablù è il simbolo della persona, uomo o donna che sia, che confonde amore e possesso.
Prima affascina, poi isola, poi vieta, e alla fine punisce. È proprio quello che accade nelle relazioni violente: il controllo precede sempre la violenza fisica.
Perrault, già nel Seicento, descrive con lucidità ciò che oggi chiamiamo relazione tossica: l’uomo che ha bisogno di dominare, che teme la libertà dell’altro e che, pur di non perdere il controllo, è disposto a uccidere.

Cosa insegna la fiaba Barbablù

Questa fiaba insegna che non bisogna restare abbagliati dalle apparenze, che non bisogna minimizzare i segnali, ma soprattutto che bisogna ascoltare ma anche riuscire a vedere quello che ci dice l’intuito. Solo così Barbablù muore. Solo così possiamo salvarci.

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Studi classici, una laurea in Lettere e Filosofia, e un tesserino dell’Ordine dei Giornalisti. Questo è il CV in estrema sintesi. Ma quello che veramente la descrive è l’amore per la musica, per i libri, il teatro e i viaggi. Ama cucinare le torte e prendersi cura delle sue piante. Odia i calcoli matematici, le percentuali e i problemi di geometria. Ama stare in mezzo alla gente ma ama ancora di più stare con se stessa. Ama la Sicilia, i suoi colori, sapori e tramonti. Ogni volta che la vita le sembra difficile, cerca di raggiungere uno scoglio, si siede e ne parla con il mare.

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