Nulla è più certo della morte, nulla più incerto della sua ora – Seneca
Una frase antica che torna di sorprendente attualità leggendo le ultime notizie che giungono da Berna. Ebbene, a quanto sembra, nelle storiche sale di un crematorio, tra nicchie mortuarie e urne cinerarie, aprirà presto un ristorante chiamato con raffinata ironia La Vie. Sì, avete letto bene: si potrà cenare in quello che un tempo era il cuore silenzioso di un cimitero. Non è il soggetto di un racconto di Kafka né un’idea partorita da un regista visionario, ma un progetto reale, già approvato e pronto per essere inaugurato.
Le follie di Berna: a che punto arriveremo?
Non sappiamo cosa ne pensiate voi, ma a noi risulta lecito domandarci: fino a dove siamo disposti ad arrivare, pur di stupire? Dopo le cene sospese nel vuoto, i cocktail nei bunker e gli hotel ricavati in vecchie carceri, ora tocca al cimitero diventare luogo di convivialità. L’ennesima frontiera dell’insolito, l’ennesima dimostrazione che l’impensabile non conosce più confini.
I promotori parlano di un “omaggio alla vita” e di un modo per “superare i tabù legati alla morte”. In effetti, il crematorio di Berna non viene più usato come un tempo: le famiglie preferiscono conservare le ceneri in casa o disperderle. Dunque, perché lasciare morire un edificio di valore storico, se lo si può far rinascere? La logica è ineccepibile, la motivazione persino nobile. Ma resta una domanda che ci ronza in testa: non stiamo forse giocando troppo con i simboli più profondi della nostra cultura?
Mangiare tra le urne non è come pranzare in un’ex stazione ferroviaria o in una fabbrica dismessa. Qui non si tratta solo di mattoni e architettura, ma di memoria, di dolore, di lutto. La tavola, simbolo per eccellenza di vita e festa, può davvero coesistere con lo spazio della morte senza trasformarsi in spettacolo grottesco? Chissà, forse la società contemporanea, ossessionata dall’originalità e dalla rottura dei tabù, ha bisogno di sdrammatizzare tutto, persino la morte. Eppure, c’è un confine sottile tra riflessione collettiva e banalizzazione, e superarlo rischia di rendere tutto intercambiabile: oggi si cena in un crematorio, domani si ballerà in un obitorio e dopodomani si brinderà in una sala per autopsie!
Certo, sicuramente a qualcuno l’idea piacerà, e anche parecchio. Magari attirerà turisti curiosi, sarà ricordato come un esperimento coraggioso o, più banalmente, fallirà in maniera del tutto misera. La sola cosa certa è la sensazione che stiamo consumando anche l’ultimo mistero che ci era rimasto: la morte, il silenzio, il rispetto. Se tutto diventa spettacolo, che cosa rimane sacro?!
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