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Cina e le gravidanze 2.0: quando persino la maternità diventa una questione di download!

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Cina

La scorsa settimana, come vi avevo già anticipato, tra la miriade di assurdità che la nostra variopinta, variegata, varia e avariata contemporaneità può permettersi di offrirci, avrei voluto parlarvi di una nuova trovata che arriva direttamente dalla Cina. E no, non si tratta di quegli adorabili panda che chiunque di noi vorrebbe abbracciare almeno una volta nella vita, dei ravioli a vapore di cui, credo un po’ tutti, ne abbiamo ormai piene le pance e nemmeno di quei droni all’avanguardia che ci consegnano la pizza direttamente a casa, ogniqualvolta non finiscono per schiantarsi s’intende.

Al contrario, oggi vorrei concentrarmi su quella che sembra essere, a tutti gli effetti, la maternità del futuro, un surrogato di genitorialità del futuro che, a differenza di ciò che dovrebbe essere l’obiettivo di tale trovata secondo gli scienziati, ha come unico risultato quello di dimostrare al mondo intero, come se ce ne fosse davvero bisogno, che ormai uomini, donne o presunte tali del XXI secolo non sono neanche più in grado di svolgere la loro funzione di genitori, biologicamente e sentimentalmente parlando, tanto da doversi affidare a delle vere e proprie macchine!

La maternità 2.0 che arriva direttamente dalla Cina

Eppure, c’era una volta la maternità, quella fatta di insopportabili nausee mattutine, improbabili voglie di fragole a dicembre, iconiche ecografie da mostrare all’intera famiglia e nonne che già discutevano sul nome del futuro nascituro. Nulla di straordinario, insomma, semplice normalità! Alla luce delle notizie che giungono da oltre la celebre Muraglia, però, tutto questo pare esser divenuto, nostro malgrado, già un lontanissimo ricordo.

Sembrerebbe, infatti, che, in un’era di digitali speranze e multimediali illusioni, la pretesa di onnipotenza dell’uomo abbia finalmente, o perlomeno questo è ciò che credono i simpatizzanti di quella improponibile distopia che è il nostro tempo, raggiunto persino l’apice della creazione. Altro che Dio, amore romantico e aromantico, unione sacra del matrimonio, maternità surrogata, feti in provetta e chi più ne ha, più ne metta. Ora bastano un laboratorio di Singapore, una startup dal nome futuristico, la Kaiwa Technology, e un signore con il camice bianco, pronto a giocare ad interpretare il Sommo Padre quasi fosse un Victor Frankenstein qualunque, per dare “vita” (si fa per dire) ad un robot con utero artificiale in grado di sfornare bambini umani. Roba che il franchise di Alien, targato Ridley Scott, impallidirebbe a confronto!

Il progetto: rivoluzione scientifica reale o multiverso della vergogna?

Stando ai ben informati, un certo dottor Zhang Qifeng starebbe mettendo a punto il primo umanoide capace di portare avanti una gravidanza di dieci mesi. Che dire, un progetto che, qualora dovesse realmente vedere alla luce, andrebbe ad identificarsi con una maternità 2.0 in piena regola alla modica cifra di 100mila yuan, ossia poco più di 12mila euro. Ora, non so cosa ne pensiate voi, ma mi viene inevitabilmente da chiedermi se ci troviamo dinanzi ad un’autentica rivoluzione scientifica o all’interno di un qualche multiverso della vergogna in cui non ci siamo resi conto di essere precipitati!?

Per carità, ben venga il progresso, ma il mero “progresso per amore del progresso“, in questo caso, ritengo debba essere scoraggiato. Perché il problema non è tanto tecnico, in fin dei conti avremmo un cordone ombelicale collegato al tubo, un liquido amniotico sintetico e dei sensori che monitorano il feto, quanto filosofico, etico, e lasciatemelo dire, anche un po’ tragicomico. Davvero basta un chip per sostituire la naturalezza della pelle, il calore del contatto e la voce di una madre, vera naturalmente?! Oppure stiamo sottovalutando il rischio di crescere una generazione di bambini che, al posto della ninna nanna, ricorderanno come suono rassicurante l’aggiornamento firmware del loro utero-robot? O ancora, per coloro che ritengono sia così, pensate seriamente possa trattarsi di un passo in avanti per l’emancipazione femminile?

Emancipazione o automazione femminile?

A mio avviso non c’è nulla di rivoluzionario nel relegare ad un pezzo di latta ciò che più di intrinsecamente umano e VIVO esiste in natura. C’è chi vede nell’utero-robot una possibilità per dire addio alle smagliature, ai dolori del parto e alle contrazioni della gestazione: ma se quando pensate alla gravidanza, non intravedete nient’altro che un calvario, non si farebbe prima e meglio ad optare, non so, per non concepire affatto figli, o chissà, magari a valutare il percorso dell’adozione? Non c’è avanzamento in questo outsourcing di maternità, soltanto automazione dell’essere umano.

Per non parlare di coloro che la vedono come un’ottima alternativa alla maternità surrogata, nella quale, almeno, ci sarebbe comunque un contatto umano. Qui, invece, affidandosi ad un automa, che cosa si potrebbe fare? Qualora il bambino dovesse agitarsi nella pancia, cosa che accade non di rado, il robot cosa sarebbe in grado di fare? Calmarlo sfregando i propri pezzi di ferro sulla sua “pancia”? Cantargli una litania con voce metallica? O che ne so, più banalmente scaricare un aggiornamento da Google Play?

E poi, come avverrà la fecondazione? In che modo verrà impiantato l’embrione? Dubito che il feto possa materializzarsi nel feto di latta con un click su “Aggiungi al carrello”!

Cosa rimarrà dell’umanità?

Certo, l’idea non nasce dal nulla. Dopo anni di politica del figlio unico, la Cina si ritrova oggi, al pari dell’Occidente, a dover fare i conti con un notevole fenomeno di calo demografico. Ma seriamente la soluzione geniale al problema dei genitori che non fanno più figli può risiedere nel farli fare ad una macchina, applicando la logica del supermercato alla natalità? Cosa resterà dell’umanità se esternalizziamo pure la gravidanza? Di questo passo, non resterà che automatizzare perfino i funerali dei cadaveri, quelli dei cervelli sono avvenuti già da un pezzo!

Che dire, la tecnologia corre in avanti, ma noi corriamo con lui o inciampiamo nel suo stesso entusiasmo? Perché, come diceva Jaspers:

Non tutto ciò che si può fare dovrebbe essere fatto

Senza ombra di dubbio il robot con l’utero farà parlare, farà vendere, e chissà, forse veramente darà alla luce nuova vita. Ma questi pseudo-bambini del futuro, quando si paleserà l’occasione di raccontare la propria nascita, diranno “sono nato da mia madre” oppure “sono uscito fuori da una porta USB”? E quale sarà la prima parola che esclameranno: “mamma” o “installazione completata“?!

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Simone Di Matteo, Latina 25 gennaio 1984. Curatore della DiamonD EditricE, autore, scrittore e illustratore grafico è tra i più giovani editori italiani. I suoi racconti sono presenti in diverse antologie. Molti dei suoi libri invece sono distribuiti all'interno degli istituti scolastici italiani. È noto al grande pubblico non solo esclusivamente per la sua variegata produzione letteraria, ma anche per la sua partecipazione nel 2016 alla V edizione del reality on the road di Rai2 Pechino Express. Consacratosi come Il giustiziere dei Vip, da circa due anni grazie a L’Irriverente, personaggio da lui ideato e suo personale pseudonimo, commenta il mondo della televisione, dei social network e i personaggi che lo popolano, senza alcun timore, con quel pizzico di spietatezza che non guasta mai attraverso le sue rubriche settimanali.

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