Sullo specchio d’un lago d’acque calme,
taglia silente l’onda il cigno, e avanza
con le sue larghe palme. Bianca e lieve
è la peluria al fianco, come neve
al sole che la scioglie nell’aprile – Sully Prudhomme.
La figura del cigno ha ispirato poeti, pittori, musicisti e chi più ne ha, più ne metta. Addirittura, secondo il mito greco, esso è legato ad una delle molteplici raffigurazioni del dio Zeus che, per conquistare Leda, ne prese le sembianze. Altresì simboleggia la grandezza dello spirito- In alchimia, poi, è considerato l’emblema dell’unione degli opposti, necessaria per la creazione della pietra filosofale, una sostanza che si ritiene trasformi i metalli vili in oro. Ma non solo. Anzi, per molti è anche l’incarnazione dell’amore eterno e fedeltà essendo tale animale monogamo, ragion per cui le coppie rimangono unite per tutta la vita. E per noi? Ebbene, un oggetto come un altro, la cui vita non ha valore e, pertanto, merita di andare incontro ad una brutale fine.
Quando l’esistenza di un cigno vale meno di un sasso
O perlomeno, questo è ciò che pensano evidentemente coloro che hanno ben pensato, nella notte tra domenica e lunedì, di introdursi in un canneto vicino alle rive del Lago d’Iseo, in località Toline, e di uccidere brutalmente, e con una violenza immotivata e gratuita, a colpi di sassi e bastonate una femmina di cigno durante il periodo di cova. Insomma, se la bellezza e il fascino di questa creatura catturano quegli animi sensibili che, attratti dal suo stesso mistero (pensiamo al suo canto, suono che emette quando è procinto di morire), davanti alla sua bellezza non possono far altro che rimanere in contemplazione, questa volta le sue qualità sembrano non aver attecchito nel cuore di chi non nutre alcun tipo di sentimento né di rispetto per la vita.
Cosa poter dire? Non c’è vocabolo che possiamo proferire. Dinanzi a manifestazioni di disumanità di tale portata, la sola cosa che possiamo fare è prendere coscienza dell’ennesimo segno tangibile di una società che non riesce ad andare oltre l’indifferenza verso il suo simile e il suo dissimile, del fatto che siamo figli di un mondo insensibile che proiettano le proprie frustrazioni su delle creature indifese e la cui unica colpa dev’essere semplicemente quella di “vivere”.
Quale è la forza che incita questi soggetti a smembrare un dono prezioso della natura? Cattiveria inaudita che non trova spazio nelle giustificazioni pedagogiche e proteggere questi individui con varie teorie del giustificazionismo non è ammissibile. Pensiamo per un attimo ad un episodio surreale: se fosse accaduto ad uno di loro di essere aggrediti, magari proprio da un cigno? Ebbene, si sarebbe immediatamente proceduto con la soppressione della povera bestiola. Questa società ha un solo ed unico slogan che la rispecchia realmente: vigliaccheria!
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