In Uganda, a Kampala, oggi non è solo difficile essere se stessi. È pericoloso, perseguibile. È, nei fatti, un reato. Nel cuore dell’Africa orientale, una legge approvata nel 2023 ha trasformato l’identità e l’amore tra persone dello stesso sesso in materia penale. L’Anti-Homosexuality Act non si limita a proibire: punisce, perseguita, legittima la paura. E lo fa con una durezza che ha pochi eguali nel mondo contemporaneo. Eppure, come diceva uno dei più importanti diplomatici internazionali degli ultimi decenni, nato in Ghana, Kofi Annan:
I diritti umani sono diritti di tutti, senza eccezioni
Una legge contro i gay che, nel cuore dell’Uganda, colpisce l’esistenza
Il testo è esplicito: i rapporti tra persone dello stesso sesso sono punibili con l’ergastolo. Nei casi definiti “aggravati”, la pena può arrivare fino alla morte. Il presidente dell’Uganda, Yoweri Museveni, ha promulgato la legge anti-LGBTQ+ più dura al mondo. Il provvedimento, approvato dai parlamentari a marzo con 389 voti a favore e due contrari, prevede la pena di morte o l’ergastolo per alcuni atti omosessuali, fino a 20 anni di carcere per “reclutamento, promozione e finanziamento” di “attività” omosessuali, fino a 14 anni per chiunque venga condannato per “tentata omosessualità aggravata”
Non è solo una questione di atti: anche parlare, difendere, persino “promuovere” i diritti LGBTQ+ può costare fino a vent’anni di carcere. In altre parole, non si criminalizza soltanto ciò che si fa. Si criminalizza ciò che si è. E le conseguenze non restano sulla carta. Nel 2026, due giovani donne sono state arrestate dopo essere state viste baciarsi in pubblico: rischiano l’ergastolo, o peggio.
Stigmi e motivazioni a favore
Per Martin Ssempa, uno dei principali sostenitori del provvedimento, la legge è una vittoria contro gli Stati Uniti e l’Europa e contro i gruppi che lavorano per affrontare l’HIV. “Il presidente ha dimostrato grande coraggio nello sfidare la prepotenza degli americani e degli europei”, ha dichiarato. In una dichiarazione congiunta, i responsabili del Fondo globale per la lotta contro l’Aids, la tubercolosi e la malaria, di UNAids e del President’s Emergency Plan for Aids Relief (Pepfar) degli Stati Uniti hanno reagito con “profonda preoccupazione” e hanno affermato che i progressi nella lotta contro l’Aids e l’HIV sono “ora in grave pericolo”.
“Lo stigma e la discriminazione associati all’approvazione della legge hanno già portato a una riduzione dell’accesso ai servizi di prevenzione e cura. La fiducia, la riservatezza e l’impegno senza stigma sono essenziali per chiunque cerchi assistenza sanitaria”, si legge nella dichiarazione. “Le persone LGBTQI+ in Uganda temono sempre di più per la loro sicurezza e vengono scoraggiate dal richiedere servizi sanitari vitali per paura di attacchi, punizioni e ulteriore emarginazione”, ha aggiunto la dichiarazione, firmata da Peter Sands, Winnie Byanyima e John Nkengasong.
Perché questa legge?
La legge anti-omosessualità in Uganda nasce da una combinazione di fattori storici, culturali, politici e religiosi. Non è una causa unica, ma un intreccio di elementi. Le radici sono sicuramente nell’ eredità coloniale: le leggi che criminalizzano i rapporti tra persone dello stesso sesso risalgono al periodo dell’Impero britannico. Il British colonial rule in Uganda introdusse norme penali contro la “sodomia”, poi mantenute dopo l’indipendenza. Queste leggi sono rimaste nel sistema giuridico e hanno influenzato la legislazione moderna.
Inoltre l’Uganda è un paese molto religioso (cristiani evangelici, cattolici e musulmani). Alcuni leader religiosi locali e stranieri hanno promosso una visione molto conservatrice sull’omosessualità contribuendo a diffondere campagne anti-LGBTQ+.
Anche aspetti culturali e percezione sociale hanno avuto il loro ruolo: in molte comunità ugandesi, l’omosessualità è vista come:“non africana”, una minaccia ai valori tradizionali e familiari. Questa narrativa è spesso usata per rafforzare l’identità culturale nazionale e strategicamente è un grimaldello politico per consolidare potere e consenso interno che Yoweri Museveni ha saputo ben sfruttare: le politiche anti-LGBTQ+ possono essere popolari tra parte della popolazione, quindi utili politicamente per distrarre da problemi economici o politici. In ultimo le pressioni di paesi occidentali per i diritti LGBTQ+ sono talvolta percepite come interferenze esterne e “imposizione culturale”. Questo ha portato a una reazione opposta: irrigidire le leggi per affermare sovranità e indipendenza
Il contesto: una repressione che affonda le radici
L’Uganda non parte da zero. Già prima della nuova legge, il codice penale prevedeva pene severissime, fino al carcere a vita, per le relazioni omosessuali. I diritti LGBTQ+ nel Paese sono praticamente inesistenti, senza alcuna protezione legale. Le persone della comunità LGBTQIA+ non hanno alcuna protezione legale specifica. Gli attivisti hanno stimato che la comunita LGBTQ ugandese è composta da almeno mezzo milione di persone che risultano essere fuorilegge: in base al codice penale “la conoscenza carnale contro l’ordine della natura” tra due maschi può essere pinita con l’ergastolo.
La legge del 2023 non è quindi un’eccezione, ma un’escalation: un salto qualitativo nella repressione, che istituzionalizza la discriminazione e la trasforma in sistema. Dietro questa stretta, ci sono fattori politici, religiosi e culturali. Il provvedimento è stato approvato con un consenso quasi unanime in Parlamento e sostenuto apertamente dal presidente Yoweri Museveni. Una scelta che ignora le condanne internazionali: Unione Europea, Stati Uniti e organizzazioni per i diritti umani hanno denunciato la legge come contraria ai principi fondamentali del diritto internazionale.
La paura come sistema
Nel 2024, la Corte costituzionale ugandese ha confermato gran parte della legge, consolidandone gli effetti. Da allora, il clima nel Paese si è fatto più cupo. Arresti, sfratti, violenze: le organizzazioni internazionali parlano di una spirale di abusi contro le persone LGBTQ+.
“Questa legge viola i diritti umani fondamentali e costituisce un pericoloso precedente per la discriminazione e la persecuzione della comunità LGBTQ+ in Uganda”, ha dichiarato Steven Kabuye, attivista per i diritti umani a Kampala. “Come abbiamo visto in passato, tali leggi possono portare a un aumento della violenza, delle molestie e dell’emarginazione di gruppi già vulnerabili. È importante lottare insieme alla comunità LGBTQ+ in Uganda e in tutto il mondo contro il bigottismo e l’odio”. Alle sue parole si unisce con forza tutta la comunità internazionale che ha condannato questa legge disumana e retrograda.
Ma sono ben altre le conseguenze di questa legge.
La legge non colpisce solo gli individui, ma disgrega la società: spinge alla denuncia, alimenta il sospetto, trasforma vicini, familiari e colleghi e colleghe in potenziali accusatori. Essere scoperti significa perdere tutto: casa, lavoro, famiglia. A volte, la vita. Una questione morale globale Non è solo una questione ugandese. È una questione universale.
Quando uno Stato decide che amare è un crimine, che esistere è punibile, che la dignità è negoziabile, il problema non riguarda più soltanto i suoi confini. E questa legge rappresenta uno dei punti più estremi di una battaglia globale sui diritti umani. E pone una domanda che non può essere ignorata: fino a che punto il mondo è disposto a tollerare che l’identità venga trasformata in colpa? In Uganda, oggi, la risposta è scritta nei codici penali. E pesa come una condanna!
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