I diritti non sono mai concessi: sono conquistati
Parole per nulla banali quelle del sindacalista e leader del movimento per i diritti civili afroamericano negli Stati Uniti A. Philip Randolph, che ci fanno comprendere come quei diritti, che dovrebbero essere dovuti ad ogni essere umano in quanto tale, non siano affatto scontati. Se poi parliamo di “diritti civili“, allora diventano ancor più significative. Perché? Ebbene, perché sono passati dieci anni esatti da quando il Parlamento italiano approvò la legge sulle unioni civili e da allora, a mio avviso, le cose sono cambiate veramente poco, soprattutto dal punto di vista culturale.
Non a caso, sebbene si trattò comunque una conquista storica a livello giuridico per le coppie dello stesso sesso, che andò a colmare un vuoto normativo piuttosto anacronistico rispetto al contesto europeo dell’epoca, mi è sempre sembrata più un compromesso politico che una piena affermazione del principio di uguaglianza.
La Legge Cirinnà e la realtà delle unioni civili
Era l’11 maggio del 2016 quando il Parlamento italiano approvò la cosiddetta “Legge Cirinnà”. La proposta, che poi alla fine entrò di fatto in vigore, nacque da un contesto di evidente tensione. Da un lato, in effetti, c’era la pressione crescente della società civile mentre, dall’altro, un quadro politico che non riusciva a starle dietro e che risultava (e continua a risultare ancora oggi!) diviso sul tema del matrimonio egualitario. Certo, le unioni civili hanno sicuramente introdotto diritti fondamentali quali l’assistenza reciproca, la reversibilità pensionistica e le norme in materia di successione, ma hanno escluso volutamente alcuni elementi che, nell’ottica di una realtà realmente (scusate il gioco di parole, ma è voluto) equa, dovrebbero fare la differenza.
Genitorialità e matrimonio
Difatti, sono diversi i nodi che, nonostante la legge in questione, resterebbero irrisolti: primi fra tutti il matrimonio egualitario e una disciplina pienamente equiparata in materia di filiazione. Nello specifico, per quel che riguarda la genitorialità, benché ci siano stati alcuni avanzamenti giurisprudenziali e interpretazioni estensive dei tribunali, il riconoscimento dei figli delle coppie omogenitoriali continua a dipendere spesso da decisioni che variano di caso in caso. Il che, diciamocelo, genera inevitabilmente una frammentazione giuridica che mette in discussione il principio di certezza del diritto.
A seguire il matrimonio egualitario, che rimane fuori dall’ordinamento italiano. Per quanto le ragioni di suddetta assenza potrebbero essere ritenute ovvie, è indubbio che essa mantenga viva una distinzione simbolica e sostanziale, creando un sistema basato due livelli che rischia di dividere la percezione della popolazione in ‘cittadini di serie A’ (matrimonio) e ‘cittadini di serie B’ (unione civile), e rischiando di inasprire quelle differenze che sono alla base delle passate e presenti (e se continuiamo così, persino future) discriminazioni.

E infine, resta aperta la questione del riconoscimento pieno e automatico delle famiglie formate all’estero, aggravato ulteriormente dal provvedimento introdotto dal Governo Meloni nel 2024 che rende la gestazione per altri (GPA) “reato universale” in Italia, estendendo la punibilità anche a pratiche realizzate in altri Paesi da cittadini italiani. Per non parlare della serie di casi giudiziari legati al riconoscimento dei diritti familiari che nel corso degli ultimi anni hanno riacceso il dibattitto sulla questione.
Il diritto tra giurisprudenza e politica
Diverse decisioni della giurisprudenza europea hanno ribadito, inoltre, il principio secondo il quale gli Stati membri non possono negare effetti giuridici a famiglie legalmente costituite in altri Paesi dell’Unione, generando un attrito tra diritto interno e diritto europeo che evidenzia, per l’ennesima volta, la distanza che c’è fra evoluzione sociale e lentezza delle norme che dovrebbero accompagnarla! E che dire di tutti quei casi legati alla mancata trascrizione di atti di nascita o al riconoscimento tardivo della genitorialità? Un’ulteriore dimostrazione del fatto che la tutela è tutt’ora garantita in maniera disomogenea e dipenda, spesso e volentieri, dalle interpretazioni dei singoli tribunali.
Insomma, le unioni civili saranno pure il sintomo di un avanzamento decisivo, ma al tempo stesso hanno introdotto una distinzione giuridica che continua a produrre effetti reali nella vita quotidiana delle persone. Basti pensare alle differenze di accesso ai diritti familiari, alle incertezze sul riconoscimento della genitorialità e alla persistente separazione (giuridica e sociale) che c’è tra i modelli familiari. Un po’ come se la legge avesse riconosciuto le relazioni, pur non essendo riuscita a normalizzare a pieno le famiglie che da quelle stesse relazioni si vanno a formare.
In egual misura, l’aspetto culturale non può e non deve essere trascurato. Le unioni hanno senza ombra di dubbio reso possibile una narrazione che prima era soltanto marginale, obbligando le istituzioni, i media e l’intera società a confrontarsi con parentesi non più eccezionali, ma parti integranti del tessuto sociale. Ciò nonostante, continuiamo a vivere in contesti in cui convivono avanzamenti e resistenze, aperture e regressioni. Perciò, quanto di quell’uguaglianza promessa è reale e quanto resta una pura formalità? Innegabile è che l’Italia abbia fatto dei passi avanti, ma perché le differenze (non solo percettive) persistono? Siamo sicuri che non si possa fare di più?
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