Bad Bunny porta Puerto Rico all’Halftime Show e riscrive il sogno tipicamente USA

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Bad Bunny

Together, we are America

È con questa affermazione che Bad Bunny ha voluto concludere l’Halftime Show della 60esima edizione del Super Bowl. Una frase che nel 2026, perlomeno in teoria, dovrebbe suonarci piuttosto banale o scontata, dopotutto è ampiamente risaputo che l’America sia un continente e che gli Stati Uniti ne costituiscano soltanto una parte. Eppure, in un’epoca di forte propaganda identitaria e di un ‘USA-centrismo’ ancor più radicato del solito, talmente tanto da (voler) rendere invisibile o addirittura ridurre, in maniera inesatta e ingiusta, oltre che semplicistica, la variegata natura di un’area ad un insieme indistinto di “aliens“, il pronunciarla diventa un atto politico rivoluzionario.

Ebbene sì, perché quando Benito Antonio Martínez Ocasio, questo il nome originario con cui l’artista si è orgogliosamente presentato all’inizio della sua performance, ha scandito quelle parole dinanzi a ben 135 milioni di (tele-)spettatori (numero che, se confermato, farebbe del “Benito Bowl” l’esibizione più vista e più seguita di sempre fra tutti gli intermezzi musicali dell’evento sportivo nordamericano per eccellenza), non stava solo salutando il suo pubblico. Al contrario, stava ribadendo una verità che, purtroppo, spesso viene dimenticata o si preferisce ignorare: l’America prescinde dagli USA e la percezione di cosa significhi “essere americano” deve necessariamente saper cogliere una pluralità di voci e di culture che non si possono ignorare!

L’invito di Bad Bunny è alla coesistenza, non all’omologazione

Da decenni, ormai, quello del Super Bowl Halftime Show è uno dei palcoscenici-simbolo del potere culturale statunitense. È uno scenario ottimale per un intrattenimento di massa senza rivali, è innegabile, ma puntualmente diventa anche (e forse soprattutto) una perfetta vetrina ideologica, dal momento che presenta chi è legittimato a raccontare gli Stati Uniti (o l’America nella sua “interezza”, se pensiamo all’erronea convinzione di una buona fetta di popolazione locale e non) e in che modo. Proprio per questo, a mio avviso, lo show di Bad Bunny, andato in scena ieri sera al Levi’s Stadium di Santa Clara (California), è stato molto di più dell’ennesima pausa musicale di metà match.

Puerto Rico, una realtà che vive e prospera

Per la prima volta in assoluto, l’isola di Puerto Rico ha smesso di essere un’appendice esotica e si è presa il un posto in prima linea nella narrazione, chiarendo pure alcune cose non da poco. Difatti, l’autore di DeBÍ TiRAR MáS FOToS ha permesso a chiunque lo stesse seguendo in quel preciso istante, specialmente a quanti continuano imperterriti a considerarlo “non americano” (*qui torna, di nuovo, l’uso improprio del termine “americano”), di ricordare che, nonostante non sia il 51esimo Stato sulla bandiera a stelle e strisce, il suo Paese d’origine dipende finanziariamente, giuridicamente e militarmente dal governo di Washington, e che la sua comunità è formata da cittadini statunitensi in piena regola.

Ancor di più, si è dimostrato capace di dar forma all’idea di una realtà concreta, viva, con una SUA memoria e una SUA storia, partendo dall’ambientazione scenografica (grazie a La Casita, ai campi di canna da zucchero, ai tavoli da domino, ad un matrimonio autentico celebrato nel bel mezzo del concerto, ai venditori ambulanti e ad altre figure della vita quotidiana puertorriqueña) fino ad arrivare agli abiti, alle bandiere delle varie nazioni di un territorio ben più vasto di quello che si tende a considerare, agli ospiti, alle canzoni che hanno dato corpo alla setlist e, naturalmente, alla lingua.

Lo spagnolo come campo di battaglia ideologico

Slogan finale dell’esibizione/Credit: web

E neanche a dirlo, sono stati proprio lo spagnolo e il suo uso (quasi) esclusivo nell’esibizione a generare gran parte delle polemiche, antecedenti e posteriori allo show. Un aspetto che non dovrebbe sorprenderci visto che, insieme all’etnia, la lingua viene solitamente utilizzata come strumento e motivo di esclusione. Ciò che probabilmente stupisce, però, è che sia ancora sintomo di percezione di “non completa americanità” (*). Ma perché? Che dire, magari la risposta è da ricercare in quel suprematismo bianco che permea la società nordamericana odierna!

Comunque, per fortuna, la realtà fattuale racconta ben altro. Numeri alla mano, a voler essere precisi, sono milioni coloro che attualmente si possono considerare ‘bilingui’ e altrettanti quelli che vivono una cultura ibrida, facendo dello spagnolo la seconda lingua usata negli USA oggigiorno. In particolare, se teniamo in considerazione la totalità delle persone che possono parlarla (inclusi madrelingua, bilingui e coloro per i quali è una seconda lingua), la cifra sale a circa 59 milioni di persone, vale a dire il 18 % della popolazione totale statunitense. Bad Bunny ha portato esattamente suddetta realtà sul palco e ha mostrato che l’assimilazione (inclusa quella linguistica) non è più un passaggio imprescindibile per considerarsi tutti parte di un unico mondo.

Ricky Martin, il punto d’incontro tra due generazioni

Ricky Martin durante la sua apparizione al Super Bowl/Credit: web

Un messaggio ribadito dalla scelta degli ospiti che lo hanno affiancato al centro dello stadio. Primo fra tutti Ricky Martin, una sorta di “padre culturale” per Benito, essendo il primo artista portoricano ad aver conquistato il mercato discografico statunitense su scala globale, seppur al prezzo di dover adottare i codici stilistici e linguistici dell’industria pop americana di fine anni ’90. La sua presenza ha segnato il punto di incontro di due generazioni, tra le quali la prima si è vista costretta ad adattarsi mentre la seconda può ora, grazie a chi l’ha preceduta, rimanere dov’è senza alcun bisogno di tradire se stessa. Il che, diciamolo, alimenta ampiamente il fascino simbolico di Bad Bunny e del suo Halftime.

Non a caso, prima di diventare una superstar mondiale, viveva una vita che definiremmo comune o “normale” per tanti giovani. Studiava comunicazione audiovisiva all’Università di Porto Rico ad Arecibo e lavorava come cassiere in un supermercato Econo per pagarsi gli studi, scrivendo testi e costruendo beat in casa nel tempo libero. Con l’arrivo della popolarità, al contrario di quegli artisti che scelgono di cambiare radicalmente una volta varcata la soglia del mainstream, è rimasto fedele alle proprie origini, allo spagnolo e all’influenza della sua amata isola, entrando dunque nel cuore della cultura dominante senza perdere la propria identità, ma contribuendo a rafforzarla.

L’inaspettato ingresso di Lady Gaga e il dialogo da pari a pari

Bad Bunny e Lady Gaga/Credit: web

Un po’ quello che potrebbe suggerirci l’entrata in scena di Lady Gaga, esibitasi in una salsa version della sua recente hit Die With a Smile. Il suo ingresso inverte drasticamente i ruoli a cui siamo stati abituati. Non è più l’artista latinoamericano che fa incursione nello spazio dell’icona simbolo dell’America pop contemporanea, bianca, progressista e globalmente riconosciuta. Anzi, è lei che entra nel suo racconto, mostrando come la cultura latinoamericana non sia più l’ennesimo sottoinsieme di una totalità più ampia, bensì un’entità a sé con cui si può dialogare alla pari. Una realtà che riconosce e ammette la propria pluralità, accettando quindi di ridefinirsi.

Cardi B, Karol G, Pedro Pascal e altre star comparse durante lo show/Credit: web

Tuttavia, quello che non riesco proprio a comprendere è il motivo per il quale si sia scelto di relegare sullo sfondo, a mo’ di corpo di ballo, star di origini e/o provenienza latinoamericane come Cardi B o Karol G, per porre Gaga in primo piano. Non avrebbe avuto un impatto ancor più forte permettere loro di esibirsi sul palco principale? Oppure non avrebbe potuto invitare un altro grande nome del panorama sudamericano per una performance all’insegna della latinità nella sua interezza? Shakira, per esempio, avendola Bad Bunny affiancata nel Superbowl del 2020. O ancora meglio, Jennifer Lopez, cantante di origini portoricane e figlia di immigrati negli USA la cui presenza, alla luce delle politiche migratorie perpetrate da Donald Trump per mezzo dell’ICE, avrebbe potuto avere una risonanza politica decisamente più notevole!

Credit: NFL&MUNDO NFL/YouTube
JLo&Bad Bunny nel backstage del Super Bowl 2020/Credit: web

Ampliamento del concetto di “americano”

Ad ogni modo, con ogni probabilità, è meglio così perché, in fin dei conti, il Benito Bowl non ha mai dato l’impressione di volersi porre come negazione degli USA, ma come ridefinizione del sogno d’oltreoceano e ampliamento del concetto stesso di “americano” nell’immaginario collettivo. In altre parole, America come Nord, Centro e Sud; America come migrazione, diaspora, colonizzazione e resistenza, e America come coesistenza, non omologazione o “diventare altro per appartenere“.

Per carità, l’Halftime Show 2026 non cambierà sicuramente lo status politico di Puerto Rico, non risolverà le disuguaglianze strutturali e non sanerà le divisioni culturali statunitensi, più incentrate su chi accetta una definizione plurale dell’identità americana e chi la rifiuta che su altro. Ciò nonostante, ha indubbiamente resto visibile qualcosa che fino a poco tempo fa passava inosservato. Ha normalizzato una pluralità che molti vivono, ma che in pochi vedono rappresentata. E chissà, forse, tra tutte le luci, i ballerini e i fuochi d’artificio che richiamavano la bandiera portoricana, è proprio il messaggio di fondo, ossia l’idea che, davvero, “together, we are America“.

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Classe 1996, studente laureando in “Lingue, Culture, Letterature e Traduzione” presso l’Università di Roma ‘La Sapienza’. Appassionato di scrittura, danza, cinema, libri, attualità, politica, costume, società e molto altro, nel corso degli anni ha collaborato con diversi siti d'informazione e testate giornalistiche (cartacee e digitali), tra cui Metropolitan Magazine, M Social Magazine, Spyit.it, Art&Glamour Magazine, EVA3000 e Identity Style. Ha scritto alcuni articoli per la testata giornalistica cartacea ORA Settimanale. Ha curato progetti in qualità di addetto stampa, ultimo dei quali "L'Amore Dietro Ogni Cosa" (NewMusic Group, 2022). Attualmente, è redattore presso la testata giornalistica Vanity Class e caporedattore per L'Opinione.

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