L’arrivo del Natale, si sa, rappresenta il momento ideale per riesplorare tutte quelle leggende mai ascoltate o soltanto dimenticate, antichi miti un tempo conosciuti e che oggi è piuttosto interessante riscoprire. A tal proposito, tra i boschi e le rocce abruzzesi accarezzate dal vento, aleggia sospesa una leggenda di profondo amore materno e dolore straziante che narra sottovoce la nascita di uno dei simboli naturalistici della regione: la Majella.
Una madre in fuga e un figlio ferito: il viaggio verso la speranza
Sentiva lo schiocco dei remi quando piombavano sul pelo dell’acqua, su quella zattera sghemba e sbilenca che a stento riusciva a far avanzare. Sentiva le forze sfilacciarsi e allora si voltava: sul suo viso vedeva i tratti dolci e ingenui di quando l’aveva appena partorito, i primi passi barcollanti, la sua schiena raddrizzarsi in quella di un uomo. I ricordi s’incagliavano in qualche modo tra le fibre di quel corpo possente di gigante, ora prostrato dalle ferite della battaglia e incastrato in un infelice interstizio tra la vita e la morte. C’era un’erba medica tra i monti di una terra sconosciuta, chiamata Abruzzo, ed era lì che doveva andare: lì c’era speranza, lì c’era salvezza per suo figlio.
Dopo lo sbarco, si mise in marcia verso le alture, col figlio tra le braccia. Depose il corpo in una grotta, diede un’ultima carezza al viso morente del gigante e uscì alla ricerca dell’erba. I piedi sprofondavano nella neve abbondante, che si abbandonava cedevole al peso dei passi. Passi infiniti, erratici, come infinite erano le traiettorie disegnate sulla coltre bianca da quella tenace ma vana ricerca: l’inverno aveva divorato la cura e con essa la speranza e la vita.
Il dolore eterno di Maja e la montagna che veglia
Maja adagiò sul Gran Sasso il cadavere di suo figlio, che, un lembo di pelle dopo l’altro, si fuse con la montagna. Lo strazio della madre esplose in vagabondaggi senza meta lungo i territori circostanti, cieca di dolore, logorata dal pianto. Tra le alture e i boschi selvaggi, Maja morì e il suo corpo venne cosparso di fiori ed erbe aromatiche, fino a farsi pietra immobile e rigogliosa, con lo sguardo rivolto al figlio, in una veglia amorevole e perpetua.
Un mesto corteo con fiori per Maia
salì a seppellirla in un’altra giogaia,
rimpetto alla tomba del figlio adorato
strappato alla madre da un barbaro fato.
E quella montagna, al cospetto del mare,
d’allora Maiella si volle chiamare. – La leggenda della gigantesca Maia, Mario Lolli
Questa è solo una delle tante versioni narrate nei borghi abruzzesi della leggenda di Maja e dell’origine della Majella, che dalla sua eroina si crede prenda il nome. La persistenza della storia di Maja, racconto ancestrale incastonato nel folklore regionale, è accesa, oltre che dal fascino intrinseco della narrazione, anche dalla suggestione che il panorama montuoso evoca. Infatti, se vista da levante verso ponente la vetta del Corno Grande, la cima più elevata del Gran Sasso, disegna un massiccio profilo maschile assopito, da cui proviene la denominazione di “gigante che dorme”; la Majella, dal canto suo, osservata da determinate angolature, assume il contorno di una donna distesa, “la bella addormentata” d’Abruzzo.
Oltre il mito: la Majella come Grande Madre d’Abruzzo
Talune forme del racconto tentano di agganciare la storia di Maja alla tradizione del mito greco, identificando la protagonista nella bellissima figlia di Atlante e Pleione, madre del dio Ermes, generato con Zeus, e associato al gigante del racconto abruzzese. È senz’altro da rigettare a connessione con la mitologia olimpica, nella quale Maja viene trasformata insieme alle sue sei sorelle nella costellazione delle Pleiadi, ed Ermes non è mai indicato come un gigante, né tantomeno è destinato alla morte, in quanto divinità immortale.
Se dal punto di vista antropologico, la connessione con il patrimonio mitologico greco è da rigettare, sul piano squisitamente linguistico, secondo gli studi, la coraggiosa Maja non avrebbe nulla da rivendicare circa il nome della montagna. L’oronimo, infatti, sarebbe da ricondurre a una radice pre-indoeuropea, attestata in numerosissime lingue balcaniche, indicante una montagna, appunto, un’altura, e che permetterebbe di radicare l’origine del nome della Majella nella preistoria.
Quale che sia l’origine del nome o anche della leggenda, quello tra la Majella, la Grande Madre, e il popolo abruzzese resta un legame intimo e viscerale, fatto di rispetto e appartenenza. La montagna non è solo roccia e silenzio, ma presenza viva. Ancor oggi si racconta che, nelle giornate di vento, i pastori colgano un lamento che risale dalla pietra, eco di una madre che non ha mai smesso di vegliare sul figlio perduto, in un intreccio eterno tra natura e folklore. Nel panorama maestoso dell’Appennino abruzzese, è bello credere che madre e figlio restino uniti per sempre, scolpiti nel profilo delle montagne.
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