Il Natale si presenta, tra le sue innumerevoli accezioni, come il periodo dell’anno perfetto per concedersi un piccolo viaggio con l’immaginazione, attraverso quei vecchi miti e le antiche leggende di cui sentiamo spesso parlare, ma alle quali non prestiamo quasi mai la dovuta attenzione. Certo, spesso si tratta di storie rispolverate attorno al calore di un focolare, tramandate più per abitudine che per certezza e nate per spiegare l’inspiegabile o per conferire all’atmosfera festosa quell’aura di mistero che, in tutta onestà, non guasta affatto. Eppure, alle volte, ci ritroviamo inaspettatamente ad ascoltare racconti che di solito circolano sottovoce, o che si perdono addirittura nel tempo, e che, per quanto strani possano sembrare, possiedono un sorprendente fondo di verità.
Un po’ come la vicenda che ruota attorno alla genesi del famoso albero decorato per la stagione invernale, il quale, prima di divenire il simbolo commerciale per antonomasia delle nostre vacanze natalizie, aveva un significato profondamente religioso e legato, in una maniera che si potrebbe definire indissolubile, al ciclo della vita e a quello della morte.
La genesi del “nostro” albero di Natale
Sulla base dei reperti pervenuti a noi fino ad oggi, sono svariate le teorie formulate nel corso degli anni circa l’usanza di addobbare un albero, preferibilmente un abete, in occasione dell’arrivo della stagione invernale e delle festività che questa porta con sé. Che si tratti di fonti storiche, bibliche o autoriali, ognuna di esse ne mette sicuramente in luce degli elementi diversi, eppure tutte sembrano giungere ad una conclusione piuttosto simile che, al netto delle divergenze, mette d’accordo ciascuna versione.
Al di là di quei falsi storici smentiti (uno dei più famosi è quello secondo cui San Bonifacio avrebbe “rubato” la pratica in questione dai popoli pagani da lui stesso convertiti), la maggior parte degli storici, teologici, autori e miticisti più autorevoli concorderebbero nel collocare le prime apparizioni dell’albero di Natale, per come lo conosciamo noi, nel Medioevo europeo.
Le ricerche di David Bertaina
In particolare, tra questi figura David Bertaina, specializzato nello sviluppo storico del Natale e docente di Storia religiosa del Medio Oriente tardoantico e medievale all’Università dell’Illinois, il quale ha condotto un’indagine, nota ai più con il titolo Trees and Decorations, in cui sottolinea come le testimonianze più antiche risalgano ai regolamenti forestali delle città renane di Sundhoffen e Bergheim, attorno al 1300. Suddetti regolamenti limitavano, infatti, l’abbattimento di abeti e la raccolta di rami durante il periodo natalizio. Ma perché? Ebbene, le medesime leggi vennero emanate nel 1400 per la regione dell’alto Reno e alcune di queste, pensate, facevano riferimento specificamente all’utilizzo degli alberi proprio come “pali decorati”!
Similmente, vi sono descrizioni risalenti al XVI secolo che parlano di alberi (o pali) addobbati eretti nelle piazze pubbliche di alcune città della Germania o all’interno delle sale comunali. Alcuni documenti del 1605, invece, riportano di alberi decorati con cavalli di cartone, mele, ostie, fiocchi di metallo sagomati e zucchero nella città di Strasburgo, mentre altri del 1611 documenterebbero la prima decorazione con candele ad opera della duchessa Dorothea Sibylle di Slesia. Più tardi, più precisamente intorno alla metà del ‘600, pare che la pratica si trasformò in una comune usanza all’interno delle abitazioni private, per spopolare poi, dal 1800 in avanti, a livello internazionale grazie alla Regina Vittoria, che la importò in tutto il mondo anglosassone.
Ma qual era la sua funzione?
Tutti questi alberi, naturalmente, non erano semplici orpelli che la gente amava tenere in casa. Al contrario, erano degli autentici simboli religiosi e possedevano un forte valore spirituale. Se in varie tradizioni pre-cristiane simboleggiavano la vita e la luce in un periodo buio come l’inverno, con l’avvento del Cristianesimo assunsero la funzione di albero della vita e di promessa di rinascita associata alla nascita di Cristo. Insomma, qualunque sia il patrimonio culturale e spirituale a cui si attinge, i temi della vita e della morte sono centrali.
Gerhard Wolf: alberi con teschi animali, ossa e cadaveri per riflettere sulla vita e la morte
Non a caso, secondo quanto riferisce Gerhard Wolf, storico dell’arte medievale di primo piano che ha trattato in più saggi e studi il tema della cultura visiva, simbolica e rituale del Medioevo (includendo questioni relative al Natale, alla reincarnazione incarnazione, alla morte, al memento mori e ai cicli liturgici nell’Europa centrale), in alcune tradizioni locali, soprattutto nei villaggi del Nord e del Centro Europa, in passato il Natale assumeva anche un significato più cupo e riflessivo. L’inverno era lungo e rigido, la mortalità infantile alta e il confine tra feste, rituali pagani e credenze cristiane era decisamente più sottile di quello odierno.
Pertanto, era come se vi fossero delle versioni “memento mori” del Natale. Gli alberi venivano decorati con figure scheletriche, ossa finte, teschi di animali o bambole macabre, figure di cadaveri o manichini in posizione verticale, frutti secchi, candele o piccoli oggetti simbolici in veste di ammonimento in relazione alla caducità della vita e alla necessità di riflettere sul senso della nascita, della vita e della morte. Una sorta di netta contrapposizione tra luce e oscurità, dunque, indubbiamente influenzata dal contesto dell’epoca, ma che è sopravvissuta al suo tempo.
(S-)Fortunatamente, però, di ciò non si ha più alcuna traccia, perlomeno visiva, dal momento che le decorazioni macabre e simboliche sono scomparse, sostituite dalle luci scintillanti, le palline colorate e i personaggi fiabeschi, simbolo di allegria, abbondanza e consumismo che risulta a tutti noi familiare. Ciò nonostante, quelle antiche simbologie non sono mai scomparse del tutto. Si sono semplicemente trasformate, nascoste sotto strati di luci, addobbi e rituali ripetuti, come se avessimo sentito il bisogno di esorcizzarle senza realmente cancellarle!
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