Dalle mie parti c’è sempre stato vento. Vento possente e intrigante. Vento che fruga e che rende impazienti. Vento che sembra salire da un lontanissimo mare a levigare le pietre e spezzare famiglie e rami di alberi forti. Ma se la tua faccia non ha mai preso schiaffi sull’altopiano di Nurri, non puoi capirmi. E non puoi capire come si sente l’avena selvatica di Mandas a maggio, quando ondeggia alta e verde e irrequieta come oggi
Maria, Maria occhi color del cielo. Lei che, sin da bambina, fa cantare il telaio, producendo arazzi con fili colorati misti a rame che fanno accapponare la pelle, tanto sono spettacolari. Maria bella, la più bella della famiglia. Anzi, che dico, la più bella del paese. Maria che sembra destinata a una vita felice, piena di soddisfazioni. Del resto, a Isìli – dove abita con il padre, la madre e la sorella Evelina – non si sta male. Aggraziata è Maria, non solo bella come le signorine perbene. Con le mani delicate, i lineamenti raffinati, il portamento sicuro ma dolce. Siamo nella Sardegna degli anni cinquanta circa, quando tutto era legato all’onore. O al disonore. E di una colpa bruttissima si macchia Maria.
“Mi fa male, dannatamente male, pensare che il tempo non torna indietro, che se hai sbagliato non puoi più rimediare. La morte è democratica, però. Muoio io e muori tu. Muoiono tutti, chi prima e chi dopo, ma alla fine muoiono tutti“
Maria di Isìli: occhi color del cielo e fuga come unica strada
Maria, abbiamo detto. Di Isìli, abbiamo detto. E bella come il sole. E invidiata, anche. Elegante nei modi. Ma… Ma umana. E così accade, un giorno scuro come la notte, che la piccola sedicenne – che non ha nemmeno mai baciato nessuno – si innamora. E lo fa perdutamente, senza se e senza ma. Ma di un gitano, di un ramaio. Di Antonio Lorrai. E si apparta con lui, e rimane incinta. Ma lui, il ramaio, ha messo incinta e sposato anche sua sorella Evelina. E Maria e Antonio, colpevoli di tutto e di niente, non resta che andare via da Isìli. Scappare lontano, senza matrimonio e senza perdono da nessuno, e trovare vita altrove. Lontani dagli sguardi. Lontani dalla mamma e dal babbo di Maria, sgomenti. E lontani da Evelina, che metterà al mondo il figlio morto e diventerà un fantasma di sé stessa.
A Cagliari una nuova vita piena di miseria
Trovano posto altrove, dove non devono spiegare cosa è accaduto. A Cagliari, nella grande città. Dove nessuno chiede come mai Maria-occhi-color-del-cielo non sia sposata con quell’uomo con cui fa altri tre figli dopo la prima. Uno, morto a soli otto mesi. E si spacca la schiena, Maria, che ora è ancora elegante e bella e invidiata ma anche povera. A fare la zeracca va, la schiava dei ricchi, a lavare le camicie di avvocati e medici e a rendere splendenti le case di famiglie con i soldi. E lavora persino di notte, lei che ora ha le mani rovinate dal troppo lavoro e dalla stanchezza. A pagare le colpe di una notte d’amore. Di un fuoco che poi, alla fine, si spegne. Vedova presto, e sposa sfortunata nuovamente, Maria paga caro quello sbaglio.
Cristian Mannu, maestro nel raccontare i POV diversi
Sentiamo la sua vicenda un pochino da tutti. Cristian Mannu è bravissimo, perché ogni capitolo è scritto con un punto di vista diverso. Abbiamo tzia Borica, la donna che a Isìli ha fatto nascere mille e più bambini e che per la famiglia Piga era grande punto di riferimento. Abbiamo la mamma di Maria, Rosaria, lei che è radice di colpa e di pazzia. Abbiamo persino Michele, suo padre, e Antonio, il suo primo amore, che la macchiò di colpa. Ma anche Sergio, suo marito. La vicina di casa, un amico, il medico che non seppe salvare il piccolo di otto mesi. Evelina abbiamo anche. E non solo. E ogni capitolo sembra scritto da una persona diversa per davvero, come se Cristian Mannu avesse intervistato queste persone, come se avesse riportato le loro parole.
“Anche se mia madre mi ha sempre detto che le radici le hanno gli alberi e non le persone, e che è per questo che gli alberi stanno fermi mentre le persone si muovono, e ci sarà stato pure un buon motivo, mi diceva, per cui le donne e gli uomini hanno i piedi e camminano e non hanno bisogno di rimanere piantati per terra per crescere.“
Un capolavoro
Colpa, perdono, speranza, espiazione. Ci sono cose che non si perdonano, cose che scavano nell’animo e lo rendono acido. Che inacidiscono il cuore. Qui, c’è una donna che pagò caro il desiderio, quello bruciante che fa battere forte il cuore e diventare paonazze le guance. E c’è il dolore, quello di vedersi strappate le radici e il futuro. Si ha pena per Maria, Maria bella, Maria occhi del cielo. Ma anche per Evelina, che tutto poteva avere e niente ebbe. E per gli altri. Miseri, sfortunati, repressi, plagiati. Perché nessuno è solo luce o solo tenebre, ma tutti noi siamo un miscuglio di entrambi.
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