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Train de vie – Un treno per vivere (’98): favola grottesca sui binari della memoria

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Train de vie

Train de vie. In un’epoca cinematografica in cui la Shoah è stata raccontata con toni spesso drammatici e solenni, Train de vie (1998), film del regista franco-rumeno Radu Mihăileanu, osa compiere un’operazione audace e profondamente originale: trattare il tema dell’Olocausto con il linguaggio della favola e dell’umorismo yiddish. Un equilibrio precario tra tragedia e commedia, tra follia e speranza, che riesce a parlare al cuore e alla coscienza dello spettatore senza mai scadere nel ridicolo né nella superficialità.

La trama

Il film si apre in un piccolo shtetl (villaggio ebraico dell’Europa dell’Est) nel 1941. Shlomo, il “matto” del villaggio, annuncia con terrore che i nazisti si stanno avvicinando. Ma invece di aspettare passivamente la deportazione, la comunità decide di prendere in mano il proprio destino con un’idea folle quanto geniale: organizzare un finto treno di deportazione per fuggire in libertà. Alcuni ebrei reciteranno la parte dei nazisti, altri quella dei prigionieri. Tutto è costruito nei minimi dettagli, in un grande gioco teatrale che diventa una corsa verso la salvezza – e verso la verità.

Credit: web

Attraverso la voce narrante di Shlomo, Train de vie diventa un racconto nel racconto, una storia tramandata come quelle delle fiabe antiche. L’elemento della follia si trasforma presto in chiave di lettura per una realtà talmente assurda da poter essere compresa solo attraverso l’assurdo stesso. “I pazzi vedono le cose prima degli altri,” dice Shlomo, e in effetti è proprio lui a dare al villaggio una possibilità di salvezza, incarnando l’archetipo del fool shakespeariano: folle all’apparenza, ma dotato della più profonda saggezza.

In “Train de vie” l’umorismo è un’arma di sopravvivenza

L’umorismo nel film non è mai strumentale, né gratuito. È un’arma di sopravvivenza, un atto di resistenza spirituale. Le battute, i dialoghi vivaci, le situazioni paradossali non negano l’orrore della Storia, ma lo affrontano a testa alta. Ridere, in Train de vie, è un modo per non morire dentro, per conservare la dignità, per non lasciarsi sopraffare dalla disperazione. Il film ci ricorda che ridere non significa dimenticare, ma ricordare in modo diverso.

Nel panorama dei film sull’Olocausto, Train de vie si distingue per questo approccio unico. Se opere come Schindler’s List di Steven Spielberg (1993) o La vita è bella di Roberto Benigni (1997) affrontano la tragedia con toni più drammatici o con un umorismo più intimista e centrato sulla famiglia, Mihăileanu sceglie invece la via della commedia corale e grottesca, inserendo la narrazione in una cornice quasi fiabesca.

Credit: web

Schindler’s List è un racconto crudo e realistico, che lascia allo spettatore il peso dell’orrore vissuto; La vita è bella mescola umorismo e dolore attraverso lo sguardo di un padre che cerca di proteggere il figlio dall’orrore del campo di concentramento. Train de vie, invece, utilizza l’autoironia collettiva e la messa in scena teatrale come strumenti di salvezza, suggerendo che la memoria può essere custodita anche attraverso la fantasia e la risata, senza tradire la verità storica.

Un finale che spiazza

Senza fare spoiler, basti dire che il finale di Train de vie spiazza lo spettatore. Non è una conclusione rassicurante né un lieto fine canonico. È un colpo di scena narrativo e concettuale che ribalta tutto ciò che abbiamo visto fino a quel momento, e ci costringe a riflettere: sulla verità, sulla memoria, su come raccontiamo – e su come vogliamo ricordare – l’inaudito.

Oggi Train de vie è forse meno ricordato di altri film sull’Olocausto, ma meriterebbe un posto d’onore per il suo coraggio narrativo e la sua profondità emotiva. È una pellicola che non ha paura di rischiare, che non cerca il consenso facile, ma che sa toccare corde profonde attraverso un linguaggio poetico, onirico e fortemente umano.

In un mondo dove spesso si dimentica che anche nei tempi più bui l’uomo ha cercato la luce – con la fantasia, con l’umorismo, con la comunità – il lungometraggio ci ricorda che la vita, dopotutto, è un viaggio. A volte disperato, a volte grottesco. Ma sempre, profondamente, umano!

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Studioso e appassionato di cinema internazionale. Ha dedicato i suoi studi alle grandi figure femminili del cinema del passato specializzandosi alla Sapienza di Roma nel 2007 e nel 2010 su Bette Davis e Joan Crawford. Nel 2016 ha completato un dottorato di ricerca in Beni culturali e territorio presso l’Università di Roma, Tor Vergata con una tesi sull’attrice israeliana Gila Almagor. Ha scritto diversi saggi e articoli di cinema e pubblicato l’autobiografia inedita in Italia di Bette Davis, Lo schermo della solitudine (Lithos). Oggi insegna Lettere alle nuove generazioni cercando sempre di infondere loro fiducia e soprattutto amore per la storia del cinema.

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