Il rifugio dei dannati (Paranoic), diretto dal regista inglese Freddie Francis nel 1963 e la sua storia è piuttosto intrigante. Difatti, sono passati undici anni dalla morte di John e Mary Ashby. La famiglia si ritrova nella cappella a ricordare anche il compianto figlio Antony (Tony), morto suicida in mare all’età di quindici anni e del quale corpo non vi è più alcuna traccia. Tra questi, la sorella minore Eleanor (interpretata dall’attrice inglese Janette Scott), che non si è mai ripresa del tutto. Cosa accade?
L’intreccio
Ebbene, un’ombra scende sugli ospiti all’interno della chiesa spettrale. Zia Harriet (l’attrice caratterista e cugina carnale dell’attore Sir Laurence Olivier, Sheila Burrell, 1922–2011) si guarda attorno guardinga come fa un rapace con la preda. Il fratello di Eleanor, Simon (interpretato dall’attore Oliver Reed, 1938–1999), viene a sapere dal notaio di famiglia che entrerà in possesso della cospicua eredità di famiglia solo dopo qualche settimana. Annebbiato dai fumi dell’alcol, il giovane vorrebbe far rinchiudere la sorella in una clinica psichiatrica per poi farla interdire, al fine di essere l’unico a prendere e gestire i soldi.
La sorella Eleanor, già fragile e provata dalla morte del fratello Tony, al quale era molto legata, decide di gettarsi dalla stessa scogliera che aveva dato la morte al ragazzo. Viene salvata e riportata a casa in extremis da un ragazzo che dice di essere proprio Tony (l’attore francese Alexander Davion). La presenza del giovane in casa farà nascere una serie di conflitti interni. Tony è veramente chi dice di essere? Cosa ha fatto per tutto questo tempo? Dove è stato?
L’unica a mostrare poca empatia, se non addirittura disprezzo, è l’austera zia Harriet, che non si lascia abbindolare dalle parole del ragazzo anche dopo aver superato un lungo interrogatorio fatto dal notaio di famiglia. Tutto cambia in casa Ashby quando una figura mascherata intona una strana cantilena infantile mentre tiene un uncino in mano.

Ansia, angoscia e personaggi ne “Il rifugio dei dannati”
In questo thriller/horror diretto dal regista inglese Freddie Francis (1917–2007; due Premi Oscar come direttore della fotografia per i film Figli e amanti (Sons and Lovers, Jack Cardiff, 1960) e Glory – Uomini di gloria (Glory, Edward Zwick, 1989)), l’ansia e l’angoscia fanno da veri protagonisti. Le tensioni emotive che condizionano i comportamenti dei vari personaggi di casa Ashby hanno lo scopo di mettere in risalto le varie frustrazioni e quei malesseri mai del tutto risolti né tantomeno sopiti.
Oliver Reed (Donne in amore, (Women in Love, 1969) con Glenda Jackson e I diavoli (The Devils, 1971) con Vanessa Redgrave, entrambi per la regia di Ken Russell) riesce con maestria a essere il cattivo per eccellenza, che risulta addirittura quasi difficile non propendere per le sue azioni durante la visione della pellicola.

Colpa, denaro e ipocrisie
Il senso di colpa e l’avidità di denaro sono i motivi boschivi che legano i vari personaggi all’interno di una cornice, la casa di famiglia, come il nodo scorsoio di un condannato a morte. La zia Harriet, gelida come il marmo, perfetta nella parte di custode cautelare di famiglia, sembra quasi provare un sentimento morboso, erotico nei confronti del nipote Simon, che difende sempre a spada tratta nonostante i suoi continui comportamenti bizzarri e al limite della follia. Lo stesso vale per Tony ed Eleanor, che arrivano ad avere sentimenti reciproci che due fratelli non dovrebbero mai provare.
Il regista gioca a far scontrare i vari personaggi in un crescendo di ansia emotiva, dove l’apparente attesa dell’eredità diventa la scusa per evidenziare tutte le ipocrisie dell’alta borghesia inglese. Inquietanti le musiche curate da Elisabeth Lutyens (1906–1983) e, girato in perfetto bianco e nero, il film di Francis non ha quasi mai stonature e tende a ricalcare lo stile della sua casa di produzione, la Hammer, esperta nella produzione e distribuzione di film dell’orrore di serie B.
Un film di nicchia che resiste al tempo
Un film, se vogliamo, un po’ di nicchia e per gli amanti del genere, ma che riesce, a mio parere, ancora oggi ad attirare l’attenzione del pubblico. Con una serie di colpi di scena e di momenti climax, Il rifugio dei dannati può essere annoverato tra i migliori film thriller/horror della prima decade inglese degli anni Sessanta. E allora cosa aspettate? Buona “Paranoiac” a tutti voi!
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