La disabilità non è un peso, ma lo diventano i pregiudizi che non sappiamo superare

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Disabilità

C’è una parola che pesa più della disabilità stessa: pregiudizio. È lì che nasce l’equivoco, l’idea antica e resistente che una persona disabile sia un costo, un limite, un fardello sociale. Eppure, guardando le storie di chi quella disabilità la vive ogni giorno, la prospettiva si capovolge: non un peso, ma un valore aggiunto. Non una fine, ma spesso un inizio. Il dibattito sul cosiddetto “dopo di noi” — cosa accadrà alle persone con disabilità quando i familiari non ci saranno più — ha monopolizzato per anni l’agenda sociale e politica. Oggi, però, emerge con forza un altro concetto, più rivoluzionario e meno raccontato: il “prima di noi”. Ovvero la costruzione, già durante la vita, di autonomia, dignità e opportunità. Non assistenza passiva, ma protagonismo.

Ed è proprio qui che il discorso smette di essere soltanto individuale e diventa collettivo. Perché l’autonomia non si costruisce in solitudine, ma attraverso una società capace di creare condizioni e opportunità. Lo aveva intuito anche Helen Keller:

Da soli possiamo fare così poco; insieme possiamo fare così tanto

Tre storie diverse, accomunate dalla stessa capacità di andare oltre l’immagine stereotipata della disabilità e trasformare un’esperienza personale in una nuova possibilità/Credit: web

Non è la disabilità a scrivere il finale e le storie ce lo dimostrano meglio di qualsiasi teoria

C’è quella di Giusy Versace, manager nel mondo della moda fino a quel 2005 in cui un incidente stradale le porta via entrambe le gambe. Fine della carriera, direbbe qualcuno. Inizio di una nuova vita, dimostra lei. Con protesi in fibra di carbonio torna a correre, diventa atleta paralimpica e trasforma la propria esperienza in impegno civile. Poi c’è Bebe Vio, colpita da meningite da bambina, che non solo torna a vivere ma diventa una delle schermitrici più forti al mondo. Il suo sorriso e la sua determinazione hanno fatto il giro del pianeta, ma soprattutto hanno cambiato il modo in cui milioni di persone guardano alla disabilità.

E ancora, meno conosciuta ma altrettanto potente, è la storia di Giorgio Porpiglia. Ex appartenente al mondo della Difesa e legato ai contesti internazionali — come quelli operativi della NATO — oggi è un atleta paralimpico e un punto di riferimento nello sport inclusivo. Dopo aver acquisito una disabilità, non si è fermato: ha scelto lo sport come rinascita. Porpiglia è oggi protagonista nello sci alpino paralimpico, dove ha conquistato una medaglia d’oro agli Invictus Games 2025, competizione internazionale dedicata ai militari feriti o con disabilità. Fa parte del Gruppo Sportivo Paralimpico della Difesa, nato proprio per il recupero e il reinserimento dei militari che hanno subito traumi invalidanti.

La disabilità ridefinisce il talento

Quando cambiano le condizioni e cadono le barriere, anche ciò che sembrava un limite può diventare il punto di partenza per costruire autonomia, talento e nuove opportunità/Credit: web

In queste biografie c’è una costante: la disabilità non cancella il talento, lo ridefinisce. Non annulla il futuro, lo costringe a cambiare direzione. E spesso lo arricchisce di una consapevolezza che diventa valore sociale. Il punto, allora, non è la disabilità in sé, ma lo sguardo con cui la società la osserva. Quando mancano inclusione, accessibilità, lavoro e cultura, la disabilità diventa davvero un peso — ma non per chi la vive, bensì per un sistema incapace di valorizzare tutte le sue risorse. Quando invece si investe nel “prima”, nelle competenze, nello sport, nell’autonomia, emergono storie che ribaltano ogni stereotipo.

È qui che il “prima di noi” assume un significato concreto: preparare oggi una società in cui la persona disabile non sia definita da ciò che le manca, ma da ciò che può dare. Una società che non aspetti l’emergenza per intervenire, ma costruisca percorsi di indipendenza, lavoro e partecipazione. Perché la vera fragilità non è nel corpo, ma nelle barriere — fisiche e mentali — che continuiamo a costruire.

E allora forse la domanda da porsi non è più “come aiutare i disabili”, ma “quanto stiamo perdendo non includendoli davvero”. Le storie di Versace, Vio e Porpiglia dimostrano che la risposta è semplice e scomoda: stiamo perdendo talento, energia, visione. Stiamo perdendo valore e riconoscerlo è il primo passo per cambiare, prima che sia troppo tardi.

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Nato a Reggio Calabria nel 1972, è un consulente tecnico esterno al Senato della Repubblica, membro della Segreteria di Stato, consulente tecnico per le ambasciate italiane all'estero, Presidente e Fondatole dello Sportello Unico che raggruppa varie associazioni di disabili in tutta Italia. Attualmente, è anche Presidente dell'associazione nazionale "Itaca"

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