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Don Giulio Mignani: “La Chiesa non si mette in reale ascolto delle persone né del cambiamento”

by Diego Lanuto
12/03/2026 - 07:00
9 mins read
Giulio MIgnani

Dalla sospensione a divinis alla scelta di abbandonare il sacerdozio: il racconto di un percorso personale e spirituale tra fede, libertà di coscienza e diritti civili, dal rapporto con la Chiesa cattolica alle posizioni su aborto, eutanasia e diritti LGBTQIA+

Avrete sicuramente sentito parlare di Giulio Mignani, l’ormai ex-sacerdote ligure finito al centro di uno dei casi più discussi degli ultimi anni in relazione al rapporto, sempre più teso, tra coscienza individuale e disciplina ecclesiastica. In molti lo definiscono un presbitero ‘cattolicamente scorretto‘, tant’è che più di qualcuno tende a considerarlo un prete che ha scelto di disobbedire a quei dogmi ai quali si era votato, mentre altrettanti continuano a pensare a lui, in certi casi persino affettuosamente, come al ‘parroco arcobaleno’. Comunque, qualunque sia il modo in cui lo si voglia ricordare, sta di fatto che la sua storia ha fatto parecchio rumore.

Difatti, in seguito a diversi ammonimenti e richiami, il 3 ottobre del 2022 viene formalmente sospeso dall’esercizio delle sue funzioni con un provvedimento di sospensione a divinis, emanato dalla diocesi di La Spezia, per le sue prese di posizione su aborto, eutanasia e persone LGBTQIA+, considerate, come ci si aspetterebbe dalla Curia, piuttosto controverse. Tale sanzione gli impedisce di celebrare la messa, amministrare i sacramenti e predicare pubblicamente, finché nel 2025, poco prima della morte di Papa Francesco, decide di abbandonare in maniera definitiva non solo il sacerdozio, ma la Chiesa stessa. Che si sia trattato di un atto di ribellione? Ebbene, per quanto alcuni lo sostengano, classificarlo come tale potrebbe essere piuttosto riduttivo.

L’impegno per i diritti fuori e dentro la Chiesa

Non a caso, nel piccolo paese di Bonassola, dove era parroco, le sue idee avevano già da tempo acceso svariate polemiche, mobilitando sia sostenitori che detrattori. C’era chi lo considerava un simbolo di apertura e chi, al contrario, lo accusava di aver oltrepassato irrimediabilmente i confini della dottrina. Accuse, quest’ultime, che a mio avviso sono del tutto non veritiere dal momento che, pur essendosi lasciato alle spalle la sua attività di ministro del culto, Mignani rimane un uomo profondamente spirituale che si batte per i diritti di chi, tanto nella Chiesa quanto in ambito civile, non ne possiede o non può giovare del loro riconoscimento.

Perciò, la sua scelta di rompere definitivamente con l’istituzione ecclesiastica non può essere e forse non deve liquidata come la storia personale di un prete che cambia strada. Anzi, essa potrebbe addirittura essere il riflesso di un conflitto ben più ampio, quello tra una tradizione religiosa millenaria e una società in continua evoluzione, che chiede ad ognuno di noi, quotidianamente, di confrontarci con nuove sensibilità ed inedite (?) domande morali. Proprio per questo, alla luce anche del momento storico attuale, in cui il rapporto tra fede, diritti, libertà, responsabilità individuale e istituzioni (religiose e non) anima con frequenza crescente il dibattito pubblico, abbiamo deciso di parlare con lui, nella speranza di poter comprendere le ragioni della sua decisione, i passaggi che hanno portato all’allontanamento e la visione spirituale che ad oggi lo guida.

Buona lettura!

La libertà è sempre la libertà di chi la pensa diversamente — Rosa Luxemburg

Intervista a Giulio Mignani, il cattolicamente scorretto che ha lasciato la Chiesa

(Don) Giulio Mignani/Credit: foto per gentile concessione dell’Ufficio Stampa

Buongiorno Giulio e benvenuto tra le pagine de L’Opinione.com. Come abbiamo appena ricordato, lei è stato sospeso “a divinis” per due anni e mezzo per le sue posizioni che vanno decisamente controcorrente rispetto alla Chiesa Cattolica. A seguito di ciò ha deciso di lasciare il sacerdozio, perché?

In questi due anni e mezzo ho avuto modo di approfondire non solo i temi che hanno motivato la mia sospensione, ma anche altri aspetti importanti che fanno parte della dottrina della Chiesa Cattolica. Ciò mi ha consentito un’analisi più libera, uno sguardo intellettualmente e umanamente più onesto e oggettivo sulla realtà e le possibilità di sentirmi ancora coinvolto in un contesto che mi ha fatto sentire a disagio e sempre più lontano rispetto alla maggior parte delle dottrine che vengono proposte dalla Chiesa stessa. La fonte del mio disagio non aveva infatti a che vedere solo con il modo in cui venivano affrontati i temi legati ai diritti della comunità LGBTQIA+, l’eutanasia o l’aborto. Era tutto il sistema dottrinale, elaborato in tempi ormai lontani e mai seriamente rivisitato in chiave critica e alla luce della sensibilità contemporanea.

Lei lo ha fatto?

Certo, ho rivisitato, in particolare, quegli aspetti della dottrina che costituiscono la “spina dorsale” del credo cattolico: i dogmi relativi al peccato originale, alla divinità di Gesù, alla sua morte intesa come sacrificio espiatorio in riparazione dei peccati, fino ad arrivare all’idea della risurrezione “della carne”. Ma anche alla Bibbia come Parola di Dio, al ruolo delle donne all’interno della Chiesa Cattolica o all’idea che, nel rapporto con il divino, gli esseri umani abbiano bisogno della Chiesa Cattolica e dei suoi sacramenti come intermediazione indispensabile, così come l’assurda e pericolosa convinzione di possedere un rapporto privilegiato con la Verità, di essere l’unica istituzione sulla terra ad aver ricevuto da Dio la rivelazione definitiva e completa del mistero della salvezza, di essere l’unica “vera” religione.

Queste mie posizioni hanno sedimentato nel tempo, benché avessi cercato di placarle o rimuoverle a causa dei pesanti condizionamenti legati al mio percorso formativo e al contesto di Chiesa in cui mi sono trovato a operare. Era sempre presente in me la speranza che la Chiesa, col tempo, potesse cambiare tali posizioni.

Come ha preso la notizia del provvedimento della diocesi?

Il provvedimento emanato nei miei confronti mi ha condotto a rendermi definitivamente conto di come la struttura ideologica e gerarchica della Chiesa rendesse impossibile realizzare i cambiamenti necessari a tener conto delle nuove acquisizioni delle scienze umane e del pensiero scientifico. Così ho deciso di abbandonare non solo il sacerdozio ma anche la mia stessa appartenenza alla Chiesa, senza tuttavia interrompere la mia ricerca spirituale, continuando a credere nel divino e riconoscendo la rilevanza di Gesù come un faro imprescindibile nella mia vita.

Secondo lei, la Chiesa Cattolica non è aperta al dialogo e non è una famiglia incline all’ascolto o al confronto fraterno?

No, purtroppo non lo è. Non si mette in reale ascolto né delle persone né delle nuove acquisizioni del pensiero scientifico e ciò la rende poco incline al cambiamento. Se penso al percorso che io stesso ho compiuto, è stato proprio questo duplice ascolto ad avermi aiutato a cambiare le mie posizioni, a far evolvere il mio modo di pensare, a farmi abbandonare pregiudizi e stereotipi maturati proprio a causa della mia mancanza di informazione e di reale attenzione verso concrete storie di vita. Devo ammettere che è la mancanza di ascolto e di confronto che mantiene il Magistero della Chiesa chiuso, specialmente nei confronti dei diritti LGBTQIA+, dell’eutanasia e dell’aborto.

Mi racconti, in breve, le sue posizioni su aborto ed eutanasia.

La mia posizione può essere forse racchiusa in una sola frase: la centralità deve sempre avere il diritto all’autodeterminazione. Un diritto da rispettare sempre, anche qualora la scelta non combaci con quella che farei io. Nel caso, per esempio, dell’aborto sono in gioco due diritti fondamentali: da un lato quello dell’autodeterminazione della donna e, dall’altro, il diritto alla vita dell’embrione-feto. Quando questi due principi fondamentali entrano in conflitto, secondo il Magistero della Chiesa Cattolica, il diritto alla vita deve sempre avere la precedenza. Il principio generale viene assunto come “non negoziabile” senza tenere conto delle situazioni e delle difficoltà concrete che l’evento, in certe condizioni, potrebbe significare per la donna.

Ma anche il mio sostegno a una legge sull’eutanasia è stato per me centrale. Grazie al confronto col pensiero del teologo Vito Mancuso ho maturato la convinzione che un aspetto caratteristico dell’essere umano sia proprio la libertà, la sua capacità di autodeterminarsi. La vita non è solo biologica, non è solo animale, si è evoluta diventando anche spirituale, capace di esprimersi nella libertà. E se consideriamo che quel “di più” presente nella vita umana è caratterizzato proprio dalla libertà, dalla capacità di autodeterminazione, allora è solo rispettando le scelte di ciascuno, anche nell’ambito del fine-vita, che si rispetta veramente l’essere umano.

Ovviamente, parlo delle scelte di tutti: sia quelle di coloro che, di fronte a casi estremi di malattia, scelgono di accettare la sofferenza e di viverla fino all’ultima goccia, attribuendole addirittura un alto valore spirituale, sia quelle di coloro che non riescono o non vogliono fare la medesima scelta, perché le sofferenze sono inaccettabili.

E sui diritti LGBTQIA+?

Per quanto riguarda i diritti LLGBTQIA+, mi sono reso conto di quanto sia difficile per queste persone di fede cristiana vivere serenamente il proprio percorso spirituale. A causa di quanto afferma il Magistero della Chiesa Cattolica non si sentono accolte e rispettate per quello che sono, non hanno la possibilità di esprimere sé stesse, di potersi liberamente autodeterminare riguardo la propria vita sentimentale e sessuale. Per questo ho espresso, anche pubblicamente, la necessità che la Chiesa cambi le sue affermazioni, riconoscendo come vero, profondo e sincero anche l’amore di queste persone. Un amore che, conseguentemente, è giusto che venga manifestato anche attraverso il linguaggio del corpo, certamente benedetto da Dio.

Giulio Mignani/Credit: foto per gentile concessione dell’Ufficio Stampa

In questi ultimi mesi ha presenziato a svariati pride in diverse città d’Italia, che aria si respira lì?

In precedenza, a causa degli impegni parrocchiali, non mi era possibile partecipare ai pride, dopo la sospensione ho avuto l’occasione di frequentarne diversi. L’aria che vi ho respirato è pulita, un’aria di festa e di famiglia: famiglie di vario tipo, arcobaleno e non, con la presenza di tanti bambini. Ma l’aria che vi ho respirato è stata anche un’aria di giusta rivendicazione di tutti quei diritti che purtroppo sono ancora negati alle persone LGBTQIA+, non solo in ambito religioso ma anche, e soprattutto, in ambito civile. E fintanto che questi diritti non saranno riconosciuti, non solo in Italia ma in tutto il mondo, ci sarà ancora bisogno dei pride, ci sarà ancora bisogno di invadere gioiosamente le vie delle nostre città.

Qual è ora la sua nuova vita?

Dopo trentadue anni di servizio, sei da seminarista e ventisei da prete, si è aperta una nuova pagina della mia vita caratterizzata anche da una nuova attività. Dal mese di luglio, lavoro per una cooperativa socio-educativa laica nella quale, subito dopo la mia sospensione, avevo svolto per due anni e mezzo un’attività di volontariato: la Cooperativa Gulliver di Borghetto di Vara in provincia della Spezia. Al mattino mi occupo di questioni amministrative, mentre al pomeriggio mi affianco a educatori ed educatrici per aiutare i bambini e i ragazzi, ospiti delle comunità gestite dalla cooperativa, a fare i compiti o a svolgere attività ricreative.

Un lavoro che sto imparando ad apprezzare sempre di più perché mi permette di continuare a offrire un contributo alla crescita delle nuove generazioni proseguendo, in un certo senso, quanto cercavo di fare da parroco. Compatibilmente con gli impegni, cerco di non trascurare gli inviti che ancora ricevo per eventi o interviste. Ritengo che siano delle occasioni importanti per continuare a confrontarmi con altre persone e poter condividere quanto ho maturato nel corso del mio cammino, e di poterlo fare con maggiore libertà e serenità dal momento che adesso ho finalmente la possibilità di non condividere quelle posizioni della Chiesa Cattolica che per tanto tempo mi hanno fatto provare vergogna, imbarazzo e disagio.

Per concludere, infine, c’è un qualcosa che vorrebbe dire ai giovani di oggi?

Il mio messaggio è legato all’importanza della libertà, a quell’energia che è presente in ciascuno di noi e che ci costituisce, tra gli esseri viventi, come quelli che possono compiere il bene maggiore, ma anche i peggiori crimini.

Facendo mia un’immagine utilizzata da Mancuso, in un certo senso è come se dentro ognuno di noi ci fosse una polvere esplosiva. Una polvere che, a seconda di come la trattiamo, può esplodere rovinando la propria e l’altrui vita, può rimanere inutilizzata; oppure può essere trattata in modo da diventare fonte permanente di energia positiva per sé e per gli altri. Per questo ogni spiritualità, sia essa religiosa che laica, dovrebbe avere come obiettivo quello di aiutare la persona a gestire questa libertà dirigendola verso il bene, la verità, la giustizia o anche la divinità.

Perciò, mi auguro che possano trovare e seguire qualcosa che li superi, che sia più grande di loro: un ideale, una passione, uno scopo da perseguire, una “stella” che faccia loro da guida. Solo così potranno mettere ordine nella vita, incanalare positivamente l’energia libera e scegliere fra i “sì” e i “no”, fra le cose da tenere e quelle da scartare!

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Diego Lanuto
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Classe 1996, studente laureando in “Lingue, Culture, Letterature e Traduzione” presso l’Università di Roma ‘La Sapienza’. Appassionato di scrittura, danza, cinema, libri, attualità, politica, costume, società e molto altro, nel corso degli anni ha collaborato con diversi siti d'informazione e testate giornalistiche (cartacee e digitali), tra cui Metropolitan Magazine, M Social Magazine, Spyit.it, Art&Glamour Magazine, Affari Italini (sez. Roma), EVA3000 e Identity Style. Ha scritto alcuni articoli per la testata giornalistica cartacea ORA Settimanale. Ha curato progetti in qualità di addetto stampa, ultimo dei quali "L'Amore Dietro Ogni Cosa" (NewMusic Group, 2022). Dal 2024 è caporedattore per L'Opinione - Tempi Moderni.

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