Per oltre vent’anni abbiamo pensato Google come una porta d’ingresso al web. Scrivevamo una domanda, ottenevamo una lista di risultati, sceglievamo un link, confrontavamo fonti, decidevamo a chi credere. Era già un sistema tutt’altro che neutrale: il nostro amato motore di ricerca ordinava il mondo, dava visibilità ad alcune pagine e ne lasciava altre nell’ombra. Ma, almeno in apparenza, l’utente restava davanti a una pluralità di fonti. Oggi invece, precisamente da qualche giorno, con le risposte generate dall’Intelligenza Artificiale, qualcosa cambia in modo più profondo. Google non si limita più a indicare dove potremmo trovare una risposta: tende a formularla direttamente. Non offre soltanto una mappa, ma una sintesi. Non mostra solo i testi: produce un nuovo testo.
La nuova domanda: chi entra nella risposta?

Il filosofo Edgar Morin, scomparso da poco all’età di 104 anni, ci ha lasciato una miriade di provocazioni per il nostro intelletto. Eccone una che avevo sottolineato tempo fa durante una feconda lettura in “La testa ben fatta” (Raffaello Cortina Editore, 1999):
Il pensiero è oggi più che mai il capitale più prezioso per l’individuo e per la società
Se il pensiero (critico) ora è delegato – relegato all’algoritmo, sicuramente complesso, e forse anche corretto dal punto di vista di epistemologia della conoscenza, ciò modifica irrimediabilmente (e per sempre) la nostra esperienza ordinaria della conoscenza online. Prima la domanda principale era: quale fonte compare per prima? Ora diventa: quali frammenti di sapere sono entrati nella risposta? Quali sono stati esclusi? Quali fonti sono state citate, riassunte, assorbite o riscritte?
Dal ranking alla dicibilità: il vecchio Google non era un Paradiso perduto
La differenza può sembrare tecnica, ma è culturale. Il vecchio ranking metteva in fila i link; la nuova risposta generativa mette in forma il senso. In altre parole, Google non organizza soltanto la visibilità delle fonti: contribuisce a stabilire ciò che appare dicibile, rilevante, sufficiente.
Questo non significa che il passato fosse un’età dell’oro. Il vecchio Google aveva i suoi miti: la fonte autorevole, la fonte popolare, la fonte enciclopedica, la fonte ben posizionata. Ma autorevolezza e verità non coincidono sempre. Una pagina poteva essere molto visibile senza essere la più accurata; un contenuto poteva essere marginale pur contenendo elementi importanti. La novità di oggi non è dunque la presenza di una mediazione algoritmica — quella c’era già — ma il fatto che questa mediazione diventa una voce.
Quando l’algoritmo prende la parola: ogni sintesi è anche un taglio
La risposta generativa appare come un enunciato compatto, spesso rassicurante, scritto in tono neutro. Riduce il tempo della ricerca e abbassa il costo cognitivo della verifica. Questo è il suo vantaggio, ma anche il suo rischio. Perché una sintesi comoda può trasformarsi facilmente in una risposta accettata senza confronto. Il punto non è demonizzare l’intelligenza artificiale, né rimpiangere nostalgicamente la vecchia pagina dei risultati.
Il punto è capire che ogni sintesi è anche un taglio. Quando un sistema produce una risposta unica a partire da molte fonti possibili, compie una serie di operazioni: seleziona, comprime, traduce, omette, gerarchizza.
Queste operazioni sono semiotiche, perché riguardano la produzione del senso; ma sono anche epistemiche, perché incidono su ciò che l’utente ritiene di sapere.
Di chi è la risposta?
Vi è poi una questione di responsabilità. L’uso pervasivo dell’intelligenza artificiale con Google ha degli effetti che non sono ancora chiari. Di chi è la risposta? Delle fonti citate? Del modello che le ha rielaborate? Dell’azienda che ha progettato l’interfaccia? Degli standard umani e tecnici che hanno contribuito ad addestrare e valutare il sistema?
L’algoritmo non è un soggetto puro, sospeso nel vuoto. Non è il Genio della lampada, anche se spesso risponde con una sicurezza da salotto buono. È piuttosto un assemblaggio di scelte aziendali, lavoro umano, criteri di qualità, modelli computazionali e forme grafiche. Per questo serve una nuova alfabetizzazione. Non basta più insegnare a distinguere una fonte attendibile da una fonte debole. Occorre imparare a distinguere tra fonte mostrata, fonte citata, fonte incorporata e fonte riscritta.
Fonte mostrata, citata, incorporata, riscritta
Una fonte può essere presente nella risposta senza essere davvero visibile. Può essere citata ma non determinante. Può essere assorbita nella sintesi senza che l’utente riesca a capire quale parte del contenuto provenga da essa. La nuova domanda non è semplicemente: “Google dice il vero?”. È una domanda troppo povera. La questione più radicale è: quali operazioni trasformano una pluralità di fonti in una risposta unica? E quali controversie vengono attenuate? Quali punti di vista diventano invisibili? Quali contenuti risultano premiati perché più compatibili con la forma della risposta generativa?
Siamo davanti a una nuova epistemologia algoritmica. Non riguarda solo l’informatica, ma il modo in cui una società costruisce, distribuisce e consuma conoscenza. Google non è più soltanto un indice del mondo digitale. È sempre più un dispositivo di pre-interpretazione. La sfida dei prossimi mesi (o anni), perciò, non sarà soltanto tecnologica. Sarà culturale, educativa e democratica. Dovremo imparare a usare risposte rapide senza rinunciare alla lentezza critica; accogliere la sintesi senza dimenticare il conflitto tra le fonti; sfruttare l’intelligenza artificiale senza trasformarla in un oracolo domestico.
Perché ogni risposta, anche quando sembra neutra, porta con sé una politica del senso. E nel campo della conoscenza, ciò che viene tagliato conta almeno quanto ciò che viene mostrato.
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