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La casa di Helen (1987): il lato grottesco delle case infestate nel cinema horror

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La casa di Helen, 1987

La casa di Helen, 1987 è un film che mescola horror grottesco, fantasy e case infestate – Filippo Kulberg Taub

La casa di Helen (House II: The Second Story) è un film del 1987 diretto da Ethan Wiley, sequel atipico di House – Chi è sepolto in quella casa? (Stephen C. Miner, 1985). Più che un semplice seguito, il film si configura come una deviazione di percorso: abbandona gran parte dell’horror classico per abbracciare una dimensione ibrida, dove commedia, fantasy, avventura e grottesco si mescolano fino a creare un oggetto narrativo difficile da classificare. Difatti, nel panorama dell’horror anni ’80, dominato da slasher, case infestate “serie” e derive corporee, House II occupa una posizione marginale e quasi anomala. È un film che non vuole spaventare nel senso tradizionale del termine, ma destabilizzare attraverso l’eccesso, l’accumulo di immaginari e una costante oscillazione tra macabro e caricatura.

“La casa di Helen” è un sequel che rifiuta la continuità tonale

Il primo House giocava su un equilibrio fragile tra orrore domestico, trauma personale e inserti ironici. Al contrario, House II rompe questo equilibrio e si spinge verso una dimensione apertamente ludica. Ethan Wiley costruisce un film che sembra provenire da un immaginario pulp contaminato dal cinema per ragazzi, ma filtrato attraverso un’estetica horror di serie B. Il risultato è una trasformazione della casa infestata da luogo di rimozione del trauma a spazio di proliferazione fantastica. La casa non è più solo un ambiente ostile o un contenitore di presenze spettrali, ma diventa una soglia instabile tra mondi, epoche e generi. In questo senso, il film non è tanto un horror domestico quanto una fiaba nera attraversata da suggestioni avventurose.

Dall’infestazione al portale

House II, 1987
Frame della pellicola/Credit: web

Nel cinema horror classico, la casa infestata è uno spazio chiuso, claustrofobico, carico di memoria e colpa. In House II, invece, la casa è un organismo poroso. Non imprigiona soltanto i suoi abitanti, ma li espone a una serie di intrusioni provenienti da altri tempi e altri luoghi. Il concetto di infestazione viene sostituito da quello di attraversamento.

Questa trasformazione modifica radicalmente la funzione simbolica della casa. Non è più solo il luogo del ritorno del rimosso, ma una sorta di archivio delirante dell’immaginario fantastico. L’orrore non nasce dall’oppressione psicologica, bensì dall’imprevedibilità continua. Ogni stanza può aprirsi su un altrove, ogni passaggio può rovesciare le coordinate del reale.

Il teschio della longevità: reliquia grottesca e feticcio narrativo

teschio
Frame della pellicola/Credit: web

Al centro del film si colloca il teschio della longevità, oggetto magico che promette l’immortalità. Dal punto di vista simbolico, il teschio concentra in sé una contraddizione tipica dell’horror grottesco: è al tempo stesso emblema di morte e promessa di vita eterna. La sua funzione non è solo narrativa, ma strutturale. È l’oggetto che giustifica l’accumulo di presenze, intrusioni e conflitti. Il desiderio di immortalità, tradizionalmente trattato nel cinema horror come hybris tragica, qui viene filtrato attraverso una lente ironica. L’oggetto sacro perde solennità e si trasforma in un feticcio quasi fumettistico. Questo slittamento di tono svuota il mito della sua gravità tragica e lo riconsegna a una dimensione pop, dove l’orrore convive con il gioco e la parodia.

Il trisnonno, la perdita dei genitori e la genealogia come fantasma

Il trisnonno ne La casa di Helen, 1987
Frame della pellicola/Credit: web

Sotto la superficie giocosa del film, si intravede una linea tematica più cupa legata agli affetti familiari e alla genealogia. Jesse arriva alla casa ereditata dopo aver perso entrambi i genitori, uccisi proprio in relazione al teschio della longevità. L’oggetto che promette vita eterna diventa così, paradossalmente, la causa diretta della distruzione del nucleo familiare. La magia non salva la famiglia, la espone alla violenza del desiderio e dell’avidità altrui.

Il rapporto con il trisnonno, figura che riemerge dal passato come presenza quasi spettrale ma benevola, introduce un cortocircuito temporale anche sul piano affettivo. La genealogia non è solo un’eredità materiale, ma un peso emotivo che ritorna sotto forma di legame con i morti. In questo senso, House II conserva una traccia di lutto che lo avvicina, in filigrana, al primo House: dietro il gioco fantasy, resta l’idea che la casa sia un luogo dove i morti non se ne vanno mai del tutto e dove il passato familiare continua a esercitare una forma di pressione sul presente.

Personaggi come funzioni narrative

I personaggi di House II non sono costruiti per sostenere un realismo psicologico, ma per incarnare ruoli funzionali all’attraversamento dei generi. Jesse agisce come soggetto spettatore interno al film, una figura che reagisce più che agire, trascinata in un flusso di eventi che non controlla mai davvero. La sua relativa passività lo rende il punto di ancoraggio dello spettatore in un mondo che cambia continuamente registro.

Charlie introduce una funzione di costante disinnesco tonale. Ogni potenziale tensione viene alleggerita dalla sua presenza, che agisce come valvola di sfogo del dispositivo horror. Il trisnonno avventuriero, invece, riporta in scena un immaginario coloniale e pulp, trasformato in presenza fantasmagorica e ormai fuori tempo massimo, come se il film stesso mettesse in scena la sopravvivenza di un cinema d’avventura che non trova più un posto stabile nel presente.

Horror grottesco e poetica dell’eccesso

Il tratto distintivo di House II è l’adesione a una poetica dell’eccesso. Il film accumula creature, epoche, suggestioni visive e registri tonali senza preoccuparsi della coerenza. Questa sovrabbondanza produce un effetto grottesco che non nasce tanto dalla deformazione del corpo, quanto dalla deformazione del tono. L’orrore viene continuamente contaminato dal comico, il fantastico dal kitsch, il macabro dal caricaturale. In questo senso, House II si colloca ai margini del canone horror e anticipa, in forma ingenua e disordinata, alcune derive postmoderne del genere, dove la citazione, il pastiche e l’ibridazione diventano elementi strutturali del discorso filmico.

La marginalità di House II rispetto ai grandi filoni dell’horror anni ’80 ne ha decretato l’oblio critico, ma anche la sua sopravvivenza come oggetto di culto. Non appartiene pienamente né al filone delle case infestate né a quello della commedia horror, né tantomeno al fantasy avventuroso. È un ibrido che scivola tra le categorie, rendendosi difficile da collocare e quindi facile da rimuovere. Proprio questa sua inclassificabilità lo rende interessante oggi, come testimonianza di un cinema di genere che sperimentava senza preoccuparsi troppo della coerenza identitaria. La casa di Helen resta un film imperfetto, ma significativo nel modo in cui trasforma la casa infestata in un luogo di proliferazione immaginaria, più che di pura minaccia.

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Studioso e appassionato di cinema internazionale. Ha dedicato i suoi studi alle grandi figure femminili del cinema del passato specializzandosi alla Sapienza di Roma nel 2007 e nel 2010 su Bette Davis e Joan Crawford. Nel 2016 ha completato un dottorato di ricerca in Beni culturali e territorio presso l’Università di Roma, Tor Vergata con una tesi sull’attrice israeliana Gila Almagor. Ha scritto diversi saggi e articoli di cinema e pubblicato l’autobiografia inedita in Italia di Bette Davis, Lo schermo della solitudine (Lithos). Oggi insegna Lettere alle nuove generazioni cercando sempre di infondere loro fiducia e soprattutto amore per la storia del cinema.

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