/

Durante la tormenta (2019): un film dove il tempo è ‘solo’ una grande illusione

6 mins read
Poster film Durante la tormenta

Ci sono film che conquistano il pubblico con effetti speciali, campagne pubblicitarie milionarie e uscite cinematografiche capaci di monopolizzare l’attenzione mediatica. Altri, invece, percorrono una strada diversa: arrivano in silenzio, si nascondono tra i cataloghi delle piattaforme streaming e attendono di essere scoperti da chi ama ancora lasciarsi sorprendere dal cinema. Durante la tormenta (distribuito su Netflix a partire dal 2019) di Oriol Paulo (classe 1975) appartiene senza dubbio a questa seconda categoria.

Dalla Spagna “Durante la tormenta” per un grande paradosso temporale

Spesso si parla delle grandi produzioni hollywoodiane quando si affrontano temi come il viaggio nel tempo, le realtà alternative e i paradossi temporali. Eppure, uno dei film più intelligenti e coinvolgenti degli ultimi anni arriva dalla Spagna e riesce nell’impresa di fondere thriller, fantascienza e dramma umano con una naturalezza sorprendente.

La premessa è tanto semplice quanto affascinante. Una donna entra in contatto con un ragazzo vissuto venticinque anni prima nella stessa casa in cui abita. Un gesto apparentemente innocuo provoca però una serie di conseguenze che alterano profondamente la realtà. Da quel momento il film diventa una corsa contro il tempo, ma soprattutto una riflessione sul peso delle scelte e sull’imprevedibilità del destino.

Ciò che colpisce fin dalle prime sequenze è la capacità di Oriol Paulo di costruire la tensione senza affidarsi ai meccanismi più facili del thriller contemporaneo. Non ci sono inseguimenti spettacolari o effetti speciali invasivi. La suspense nasce dall’incertezza, dalla sensazione costante che ogni piccolo dettaglio possa avere un significato nascosto.

Lo spettatore viene trascinato in un puzzle narrativo che si compone lentamente, pezzo dopo pezzo. Eppure, nonostante la complessità della struttura, il film non perde mai di vista il proprio cuore emotivo. Perché Durante la tormenta non parla realmente di viaggi nel tempo. Parla delle persone, dei legami e delle conseguenze che ogni nostra decisione lascia dietro di sé.

Durante la tormenta, 2018
Credit: web

Vera Roy: una protagonista che regge il peso del tempo

Il centro emotivo del film è Vera Roy, interpretata da una straordinaria Adriana Ugarte. In un genere spesso dominato dagli aspetti teorici e scientifici, Vera rappresenta l’elemento umano che impedisce alla storia di trasformarsi in un semplice esercizio di stile. Tutto ciò che accade viene filtrato attraverso il suo sguardo, le sue paure e le sue speranze.

L’attrice madrilena (protagonista del film di Pedro Almodóvar, Julieta del 2015) costruisce un personaggio credibile e complesso, evitando qualsiasi eccesso melodrammatico. Vera non è un’eroina infallibile né una figura destinata a salvare il mondo. È una donna normale che si ritrova improvvisamente intrappolata in una situazione straordinaria. La forza dell’interpretazione risiede soprattutto nella capacità dell’attrice di comunicare emozioni contrastanti senza bisogno di lunghe spiegazioni. Lo smarrimento, il dubbio, la determinazione e la fragilità convivono continuamente nel personaggio, rendendolo autentico e vicino allo spettatore.

Più il racconto si addentra nei suoi misteri, più Vera diventa il vero punto di riferimento della narrazione. Non seguiamo gli eventi per capire come funziona il fenomeno temporale. Li seguiamo perché vogliamo capire cosa accadrà a lei. Ed è questa probabilmente la più grande qualità del film.

Mirage, Durante la tormenta
Credit: web

La tormenta: frattura del tempo

Uno degli aspetti più affascinanti di Durante la tormenta (uscito all’estero anche con il titolo Mirage) è il modo in cui Paulo utilizza il tempo non come semplice espediente narrativo, ma come vera e propria materia drammatica. La tempesta che dà il titolo al film non è soltanto un fenomeno meteorologico: diventa una sorta di anomalia simbolica, una breccia attraverso la quale passato e presente smettono improvvisamente di rispettare le regole che li separano.

Il fulmine, l’elettricità e gli apparecchi analogici assumono una funzione quasi metafisica, come se la natura stessa concedesse per un istante la possibilità di attraversare confini che normalmente restano invalicabili. La tormenta non rappresenta soltanto un evento atmosferico eccezionale, ma il momento esatto in cui il destino decide di essere riscritto. Paulo evita volutamente spiegazioni scientifiche dettagliate. Non cerca di costruire una teoria fisica del viaggio nel tempo, ma una teoria emotiva delle conseguenze. Quello che gli interessa non è il meccanismo, bensì il prezzo che ogni cambiamento comporta.

Particolarmente interessante è il continuo dialogo tra presente e passato. Attraverso ricordi, frammenti e connessioni che emergono progressivamente, il film suggerisce che il tempo non sia una linea retta ma una rete complessa di eventi collegati tra loro. Ogni azione produce effetti che si propagano ben oltre il momento in cui vengono compiute.

La struttura narrativa gioca magistralmente con questa idea. Il destino sembra modificarsi una prima volta, ma ciò che appare definitivo si rivela soltanto una tappa di un percorso più ampio. Senza entrare nei dettagli della trama, si può dire che il film costruisce un sofisticato gioco di possibilità alternative in cui ogni cambiamento genera nuove conseguenze, nuove domande e nuove prospettive. È proprio questa continua ridefinizione della realtà a rendere l’esperienza così coinvolgente. Lo spettatore comprende gradualmente che il problema non consiste soltanto nel cambiare il passato, ma nel convivere con le ripercussioni che ogni cambiamento porta inevitabilmente con sé.

Alla fine la pellicola sembra suggerire una riflessione tanto semplice quanto universale: le nostre vite non sono il risultato di un singolo evento, ma dell’intreccio di centinaia di coincidenze, incontri e scelte che ci hanno condotto fino al presente. Alterarne una significa inevitabilmente modificarne molte altre.

Un cast che sostiene la complessità della storia

Sebbene Ugarte sia il fulcro assoluto del film, il lavoro del cast di supporto contribuisce in modo decisivo alla riuscita dell’opera. Álvaro Morte, già noto al grande pubblico per il suo carisma e la sua presenza scenica, offre un’interpretazione misurata e convincente. Il suo personaggio si trova coinvolto in dinamiche emotive particolarmente delicate e l’attore riesce a trasmetterne tutte le sfumature senza mai cadere nell’enfasi.

Anche il bello e tenebroso Chino Darín svolge un ruolo fondamentale all’interno della narrazione. La sua interpretazione aggiunge equilibrio e credibilità a una storia che, per sua natura, avrebbe potuto facilmente scivolare nell’eccesso. Darín rappresenta il punto di contatto tra la razionalità e l’inspiegabile, accompagnando lo spettatore nella scoperta dei misteri che circondano la vicenda.

Javier Gutiérrez, invece, porta sullo schermo una presenza inquietante e magnetica. È uno di quegli attori capaci di comunicare tensione anche nei momenti più silenziosi, contribuendo a creare quell’atmosfera di costante incertezza che accompagna il film dall’inizio alla fine.

Adriana Ugarte in Durante la tormenta
Credit: web

Oriol Paulo e l’arte dell’inganno narrativo

Negli ultimi anni Paulo si è affermato come uno dei registi europei più interessanti nel campo del thriller psicologico. La sua cifra stilistica è ormai riconoscibile: costruire storie che sembrano seguire una direzione precisa per poi rivelare gradualmente nuove prospettive.

Ciò che distingue il regista da molti autori dello stesso genere è la capacità di sorprendere senza barare. Ogni svolta narrativa è preparata con attenzione, ogni dettaglio trova una propria collocazione all’interno del mosaico complessivo. In Durante la tormenta questa abilità raggiunge forse uno dei suoi risultati più maturi. Il film riesce a essere complesso senza diventare confuso, ambizioso senza risultare pretenzioso.

Lo spettatore viene continuamente invitato a riconsiderare ciò che credeva di sapere, ma senza mai perdere il filo del racconto. È una qualità rara, soprattutto in un genere che spesso confonde la complessità con l’incomprensibilità.

Un film può parlare di noi?

Dietro il thriller, dietro il mistero e dietro i paradossi temporali, Durante la tormenta affronta temi profondamente universali. Il tema del rimpianto e del desiderio di correggere gli errori del passato. Parla della fragilità delle nostre certezze. Racconta anche del valore degli affetti e del modo in cui le persone che amiamo contribuiscono a definire chi siamo. Ma soprattutto parla di una domanda che, prima o poi, tutti ci poniamo: cosa accadrebbe se avessimo la possibilità di cambiare una scelta fondamentale della nostra vita?

Chino Darin e Adriana Ugarte in Durante la tormenta
Credit: Web

La risposta che il film suggerisce non è semplice e nemmeno rassicurante. Ogni cambiamento porta con sé nuove opportunità, ma anche nuove rinunce. Ogni strada percorsa implica l’abbandono di tutte le altre. In un panorama cinematografico dominato da sequel, remake e franchise sempre più prevedibili, il capolavoro di Paulo rappresenta una piacevole eccezione. È un film che rispetta l’intelligenza dello spettatore, che costruisce la suspense attraverso la scrittura e che trova nella dimensione emotiva la propria forza più autentica.

Forse non ha ricevuto l’attenzione internazionale che avrebbe meritato. Forse è rimasto nell’ombra di produzioni più rumorose. Eppure possiede tutte le qualità che rendono un’opera degna di essere riscoperta: una regia solida, una protagonista memorabile, una sceneggiatura intelligente e una riflessione sul tempo che continua a risuonare ben oltre i titoli di coda. Per questo ho deciso di inserirlo in Cinema Sommerso: quel luogo speciale in cui vivono i film che non hanno fatto abbastanza rumore, ma che continuano a lasciare tracce profonde in chi decide di concedere loro una possibilità.

Se esci di casa Nico…morirai

Se siete curiosi di leggere le precedenti uscite di “Cinema Sommerso”, potete recuperarle cliccando -> QUI <-

Leggi anche:

la casa di helen 1987

“La casa del terrore” di Seth Holt (1961): quando la paura fa novanta! – L’Opinione

Johnny Belinda (1948): una pellicola tra stupro, disabilità e emarginazione – L’Opinione

Per rimanere aggiornato sulle ultime opinioni, seguici su: il nostro sitoInstagramFacebook e LinkedIn

Studioso e appassionato di cinema internazionale. Ha dedicato i suoi studi alle grandi figure femminili del cinema del passato specializzandosi alla Sapienza di Roma nel 2007 e nel 2010 su Bette Davis e Joan Crawford. Nel 2016 ha completato un dottorato di ricerca in Beni culturali e territorio presso l’Università di Roma, Tor Vergata con una tesi sull’attrice israeliana Gila Almagor. Ha scritto diversi saggi e articoli di cinema e pubblicato l’autobiografia inedita in Italia di Bette Davis, Lo schermo della solitudine (Lithos). Oggi insegna Lettere alle nuove generazioni cercando sempre di infondere loro fiducia e soprattutto amore per la storia del cinema.

Lascia un commento

Your email address will not be published.

Previous Story

Marcello Velotti, l’impresa che non si limita al profitto

Next Story

Manuel in concerto alla Festa della Musica Brescia 2026

Latest from Blog