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Paradiso perduto (1998): una riscrittura simbolica di Dickens a cura di Alfonso Cuarón

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Con Paradiso perduto (1998), Alfonso Cuarón firma una delle più audaci trasposizioni moderne di Great Expectations di Charles Dickens. Fin da subito, il film chiarisce la volontà di confrontarsi apertamente con il testo originale. Spostando l’azione dall’Inghilterra vittoriana all’America contemporanea, il film non si limita a un semplice aggiornamento estetico. Compie invece una riscrittura simbolica dei temi dickensiani: ambizione, ascesa sociale, amore idealizzato ed educazione sentimentale.

Per comprendere la portata dell’operazione è utile metterla in dialogo sia con il romanzo originale sia con la celebre versione cinematografica di David Lean del 1946, spesso considerata una delle trasposizioni più fedeli dell’opera.

Ti amo. Ti ho amato per tutta la vita – Estella (Gwyneth Paltrow)

Dal “Paradiso Perduto” di Dickens alle trasposizioni sul grande schermo

Nel romanzo di Dickens, Pip è un orfano che sogna di diventare un gentiluomo per essere degno dell’amore di Estella. In questo senso, l’intera vicenda assume i contorni di una parabola morale. Lei è una creatura algida e irraggiungibile, plasmata dalla vendicativa Miss Havisham. Il percorso di Pip è una parabola morale. La crescita sociale coincide con la perdita di innocenza, e solo la disillusione conduce a una forma di autenticità.

Il film di Lean del 1946 cristallizza questa lettura morale con un linguaggio visivo gotico e fortemente simbolico. In particolare, gli ambienti – la casa in rovina di Miss Havisham, le paludi, Londra – diventano estensioni interiori dei personaggi. È un cinema che guarda a Dickens con rispetto quasi reverenziale.

Alfonso Cuarón attua una modernizzazione del classico

Tuttavia, Cuarón sceglie consapevolmente la strada del tradimento creativo. In Paradiso perduto Pip diventa Finn, aspirante pittore cresciuto in Florida e proiettato nella New York dell’arte contemporanea. Il sogno di diventare “qualcuno” non passa più dall’educazione da gentiluomo. Passa invece dal successo artistico e dal riconoscimento del sistema culturale.

La regia è sensuale e fluida, dominata da colori saturi. Al tempo stesso, La fotografia riflette gli stati d’animo dei personaggi e trasforma gli spazi in proiezioni emotive. Il verde della Florida e il grigio metallico di New York sostituiscono le paludi e la Londra vittoriana. Assolvono però la stessa funzione simbolica: origine e alienazione.

Credit: web

Ethan Hawke: un Pip per gli anni Novanta

All’interno di questo contesto, Ethan Hawke offre un’interpretazione trattenuta e introspettiva. Il suo Finn è distante dall’ingenuità del Pip letterario. È un giovane osservatore, quasi passivo, che subisce il fascino e la crudeltà del mondo che desidera conquistare.

Hawke incarna una mascolinità fragile e inquieta, tipica del cinema indipendente americano degli anni Novanta. Il suo percorso non è soltanto morale, ma identitario. Proprio per questo, Il successo artistico lo allontana dalla verità emotiva e trasforma il talento in merce.

Gwyneth Paltrow e la nuova Estella

Di conseguenza, la Estella di Gwyneth Paltrow risulta il personaggio più radicalmente modernizzato. Non è più soltanto uno strumento di vendetta. È una donna consapevole del proprio potere e, al tempo stesso, prigioniera di esso. Paltrow costruisce il personaggio per sottrazione. Usa sguardi freddi e gesti misurati. La sua Estella appare come un’opera d’arte vivente, coerente con il contesto del film. Tuttavia, Rimane però una figura tragica, incapace di abbandonare la maschera che le è stata imposta.

Frame della pellicola/Credit: web

Miss Havisham: Martita Hunt e Anne Bancroft a confronto

Per quanto riguarda la figura di Miss Havisham, Anne Bancroft la rilegge trasformandola in Nora Dinsmoor. È un’ereditiera eccentrica, chiusa in una villa decadente. La sua interpretazione è meno spettrale rispetto alle versioni classiche, ma non meno inquietante.

Bancroft restituisce una donna divorata dal risentimento. Usa Finn ed Estella come strumenti per perpetuare il proprio trauma. Il tempo fermo, centrale nel romanzo, sopravvive come ossessione emotiva più che come messa in scena gotica.

Al contrario, nel Grandi speranze di Lean, Martita Hunt offre un’interpretazione entrata nella storia del cinema. La sua Miss Havisham è una figura quasi disincarnata. È sospesa tra la vita e la morte, incarnazione del tempo cristallizzato. Il corpo dell’attrice diventa parte dell’architettura della casa. Il confronto tra le due interpretazioni è rivelatore. In questo quadro, Hunt rappresenta il trauma che si è fatto rovina. Bancroft incarna il trauma che continua ad agire. Nella versione di Lean il tempo è fermo. In quella di Cuarón è interiorizzato e trasformato in ferita emotiva.

Robert De Niro e il peso morale delle grandi speranze

Parallelamente, Robert De Niro interpreta Lustig, controparte moderna di Magwitch. Offre una delle prove più fedeli allo spirito dickensiano. Il personaggio è ruvido e minaccioso, ma attraversato da una profonda umanità. È attraverso Lustig che il film recupera la dimensione morale del racconto. Infatti, Il denaro che finanzia le “grandi speranze” di Finn nasce dal crimine e dalla sofferenza. De Niro restituisce con forza il tema della responsabilità.

Frame della pellicola/Credit: web

Un classico tradito per sopravvivere

In conclusione, se il film di Lean è un monumento alla fedeltà narrativa, Paradiso perduto si configura come un’opera di contaminazione. Lean usa il cinema per amplificare Dickens. Cuarón usa Dickens per interrogare il presente. Il finale, più indulgente rispetto al romanzo, riflette una sensibilità contemporanea. È meno incline alla punizione e più aperta alla riconciliazione. Paradiso perduto rimane un film imperfetto e divisivo. Proprio per questo, continua a porre domande invece di offrire risposte.

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Studioso e appassionato di cinema internazionale. Ha dedicato i suoi studi alle grandi figure femminili del cinema del passato specializzandosi alla Sapienza di Roma nel 2007 e nel 2010 su Bette Davis e Joan Crawford. Nel 2016 ha completato un dottorato di ricerca in Beni culturali e territorio presso l’Università di Roma, Tor Vergata con una tesi sull’attrice israeliana Gila Almagor. Ha scritto diversi saggi e articoli di cinema e pubblicato l’autobiografia inedita in Italia di Bette Davis, Lo schermo della solitudine (Lithos). Oggi insegna Lettere alle nuove generazioni cercando sempre di infondere loro fiducia e soprattutto amore per la storia del cinema.

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