Sembra assurdo doverlo ancora dire, ma evidentemente non è mai abbastanza chiaro: un bambino con una tiara in testa non è un pericolo per nessuno. Non lo è per la società, non lo è per i suoi coetanei, non lo è per gli adulti che si sentono in diritto di commentare il suo aspetto con odio e disprezzo. Eppure, la foto pubblicata da Pedro Rodriguez, tenera, innocente, piena d’amore paterno, ha suscitato più indignazione di mille altre immagini che scorrono davanti ai nostri occhi ogni giorno, quelle che raccontano storie di bambini sotto le bombe, senza acqua, senza cibo, senza infanzia.
Sì, è questo il vero cortocircuito. Se un bambino con una tiara vi disturba più di un bambino che muore a Gaza, allora abbiamo un problema. Un problema profondo, serio, malato. Perché non può esserci giustificazione nel provare fastidio per un gesto di libertà, di gioco, di espressione personale, mentre si resta in silenzio — o peggio, si volta lo sguardo — davanti alla distruzione dell’umanità stessa. Ci siamo abituati a vedere immagini insostenibili: corpi piccoli coperti dalla polvere, occhi spenti troppo presto, madri che stringono figli che non si sveglieranno più. Eppure, l’attenzione, la rabbia, lo sdegno, si riversano su una tiara rosa e un bambino che sorride.
L’infanzia va protetta e il caso di Pedro Rodriguez ce lo ricorda

Cos’è che ci spaventa davvero? L’idea che un bambino possa esprimere sé stesso in piena libertà, senza doversi piegare alle convenzioni, alle aspettative, agli stereotipi di genere? O ci spaventa di più guardare in faccia la verità, quella che non possiamo correggere con un commento, che non possiamo far sparire con una battuta velenosa? È più facile puntare il dito contro ciò che non si comprende piuttosto che affrontare il dolore reale, concreto, devastante, che ci circonda.
L’infanzia non dovrebbe essere oggetto di giudizio, ma di protezione. Dovrebbe essere lo spazio più sicuro, più sacro, più libero del mondo. E invece oggi ci scandalizza l’idea che un bambino scelga liberamente cosa indossare, ma non ci turba più l’idea che altri bambini, della sua stessa età, muoiano tra le macerie di una casa che non esiste più. Non ci scuote il pianto di un bambino che ha visto morire suo fratello, ma ci scandalizza un padre che non censura l’allegria di suo figlio.
“Se c’è qualcosa che voglio insegnare a mio figlio è proprio questo: che può essere chi vuole, senza paura” [Pedro]
Lasciamoli liberi di “essere”
L’odio online che ha travolto Pedro e suo figlio è solo il riflesso di un mondo che ha perso la misura delle priorità. Che confonde ciò che è pericoloso con ciò che è semplicemente diverso. Che preferisce difendere un’idea rigida di “normalità” piuttosto che lasciarsi sorprendere dalla bellezza di un bambino che sogna, che gioca, che sceglie con cosa giocare.
Difendere un bambino con la tiara è, oggi, un atto di coraggio perché quasi quasi sembra andare controcorrente, mentre invece difendere un bambino (con o senza la tiara) dovrebbe essere semplicemente “la normalità”. È dire: lasciamo che l’infanzia sia libera di esistere senza filtri. È dire: impariamo a guardare meglio, a indignarci per ciò che conta davvero. Per chi non ha voce. Per chi non ha tempo di crescere. Per chi sotto le bombe, sotto la fame, sotto la paura, non ha nemmeno più un compleanno da festeggiare. Né una tiara da indossare.
E allora forse, la prossima volta che vedremo una tiara su una testa sorridente, anziché indignarci, potremmo ringraziare: perché in quella foto c’è ancora vita, gioco, speranza. Cose che, altrove, sono state spazzate via senza che nessuno abbia urlato abbastanza.
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