Benvenuti (o bentornati) a “Senti chi parla” (cliccate QUI per recuperare le precedenti rubriche), il mio e il nostro appuntamento quindicinale dedicato al mondo del doppiaggio italiano. Di solito in questo spazio trovate interviste, riflessioni, piccole incursioni nella vita e nella carriera di chi presta la propria voce a film, serie, cartoni, videogiochi. Tuttavia, almeno per oggi ho deciso di cambiare formula, perché non c’è un ospite da intervista. Anzi, questa volta parlo io!
A forza di leggere commenti, video, accuse e semplificazioni, ho sentito il bisogno di fare chiarezza. Non per difendere qualcuno né per attaccare qualcun altro. Al contrario, ho deciso di intervenire in prima persona nella speranza di poter riportare un po’ di verità su un mestiere complesso, bellissimo e troppo spesso frainteso.
Omar Vitelli x “Senti Chi Parla”: “Questa volta parlo io!”
Io mi sono formato da solo. Non avevo genitori o parenti nell’ambiente, nessun contatto nel settore, nessuna porta aperta di default. E, se devo dirla tutta, ho dovuto lottare per fare questo lavoro anche contro la mia stessa famiglia. I primi corsi di recitazione li ho frequentati lavorando nel frattempo come parrucchiere. Prendevo 20 euro a settimana. Non dico questo per fare la parte dell’eroe, ma per far capire che, prima ancora di pensare a entrare in sala, c’è stata una fatica reale, concreta, quotidiana. È stato difficile? Sì. Ne è valsa la pena? Sempre. Anche perché, come disse una volta l’ex broker di Wall Street Jordan Belfort:
L’unica cosa che ti separa dal tuo obiettivo è la storia che continui a raccontarti sul perché non puoi raggiungerlo
Ingiustizie, scelte discutibili e occasioni mancate
Sì, anche a me sono capitate ingiustizie. Occasioni perse, scelte discutibili, silenzi non sempre meritati. Eppure, non ho mai pensato che il modo giusto per reagire fosse sfogarmi sui social, né accusare in blocco un intero sistema. Perché, diciamocelo con onestà, le ingiustizie esistono ovunque. Non sono un’esclusiva del doppiaggio. Qualunque ambiente lavorativo, dove ci sono le persone, porta con sé anche dinamiche ingiuste, incoerenti, a volte faticose da mandare giù. Ma fare di tutta l’erba un fascio, etichettare tutto come “marcio”, non aiuta. Anzi, rischia di avvelenare il clima ancora di più.
Quello che mi colpisce, oggi, è la leggerezza con cui si parla del doppiaggio come di una “casta”, nemmeno fosse un club esclusivo dove si entra solo per diritto di sangue, per amicizie o chissà per quale altro oscuro motivo. C’è addirittura chi arriva a chiamarla “massoneria”, come se dietro ogni voce si nascondesse un complotto. Lo ammetto, ad un certo punto ho perfino riso, perché ascoltando certe ricostruzioni, certe teorie sul “grande complotto del doppiaggio”, sembrava davvero di stare dentro a Rosemary’s Baby o a un thriller anni ’70.
Ma davvero esiste il complottismo sul doppiaggio?

C’è quasi da chiedersi se chi racconta queste storie abbia preso ispirazione da lì. Confesso che, una volta, mi sono ritrovato a immaginare una scena con tutti i miei colleghi incappucciati, in una sala buia, con una candela in mano e le cuffie appoggiate sul cuore, intenti a mandare maledizioni su chi prende troppi turni. Una cosa a metà tra Eyes Wide Shut e The Skulls – o uno di quei film dove dietro ogni porta c’è un rituale segreto. Strano che dopo 22 anni di lavoro, io non mi sia mai accorto di nulla. D’accordo che ero timido ma non completamente rincoglionito! Forse non ero abbastanza interessante, o chissà, magari non ero un eletto, come direbbe qualcuno!
Credo che ci voglia tanta fantasia e molto tempo libero per narrare certe storie.
Figli e figliastri? Una narrativa diventata virale
Sì, è vero, ci sono figli di doppiatori che lavorano. Ed è vero che avere parenti nel settore può aiutare, soprattutto all’inizio. Ma questo non significa automaticamente avere una carriera facile. Molti di quei figli – e posso garantirlo – hanno fatto una trafila faticosa. Qualcuno ha dovuto reinventarsi, cercare lavori paralleli, superare paragoni scomodi. Altri hanno persino abbandonato il mestiere per un periodo, per poi tornare. Allo stesso modo, tanti colleghi non figli d’arte si sono costruiti con tenacia, e oggi sono colonne portanti di questo lavoro.
Certo, ci sono anche doppiatori oggettivamente bravi che sono a casa o lavorano poco e questo è davvero molto triste, ma ridurre tutto alla narrativa della “casta” mi sembra davvero una semplificazione che non aiuta nessuno. Anzi, in certi casi alimenta solo rancore.
Sui social, purtroppo, questa narrativa è diventata virale. C’è chi ne fa contenuti costanti, chi ci costruisce visibilità, chi guadagna follower soffiando sul fuoco dell’indignazione. Ma questa – lasciatemelo dire – è solo una forma di strategia. Non è denuncia, è marketing. Ed è una presa in giro. Non del sistema, ma delle persone che davvero amano questo mestiere e vorrebbero capirlo meglio.
Tanti sogni e poca consapevolezza
Nel frattempo, tanti ragazzi e ragazze si affacciano al doppiaggio con sogni enormi, ma con poca consapevolezza. C’è chi pensa che basti frequentare una scuola, fare due video su Instagram, magari usare un microfono costoso e boom: arriva la chiamata di lavoro! La realtà è diversa. Il doppiaggio è un mestiere di fatica, di attesa, di errori. È un lavoro che si fa all’ombra, lontano dai like.
Aggiungo anche una cosa che forse si dice poco, ma va detta: proprio perché il doppiaggio è un mestiere artistico, quindi fragile, pieno di attese, rifiuti, confronti, io stesso, più di una volta, ho pensato di mollare.
Ho avuto momenti in cui mi sono sentito invisibile, momenti in cui ho pensato: “Forse non sono tagliato”, “Forse non c’è spazio per me”. Nonostante l’impegno, la formazione, l’amore per questo lavoro, alcune porte sembravano chiuse. E ci vuole tanta forza, in certi giorni, per non farsi schiacciare dal dubbio.
Ma poi, ogni volta, è successo qualcosa. Un turno inaspettato. Una parola gentile. Una scena che mi ha ricordato perché ho scelto questa strada. E lì ho capito che non è solo talento o fortuna. Serve anche resistenza. Quella silenziosa, che nessuno applaude, ma che ti tiene in piedi.
E nel frattempo, proliferano anche scuole che promettono mari e monti. Alcune sono eccellenti, guidate da veri professionisti. Ma altre sono gestite da chi ha poca o nulla esperienza, purtroppo! C’è anche chi si presenta come direttore di doppiaggio pur non avendo mai diretto nulla, e nel frattempo – tra una lezione e l’altra – si lamenta dell’ambiente, definendolo una casta, una massoneria, un sistema irrimediabilmente marcio. E qui la domanda sorge spontanea: ma se pensi davvero che sia tutto così corrotto, con quale coerenza chiedi soldi a futuri professionisti per insegnare un mestiere che, a tuo dire, è senza speranza?
Onestà prima di tutto
C’è una responsabilità, quando si insegna. E quella responsabilità si chiama: onestà. Non si può distruggere un ambiente e allo stesso tempo lucrarci sopra. Lo si vuole migliorare davvero, o lo si vuole sfruttare? Va detto anche che oggi è più difficile entrare nel settore. Le major internazionali hanno alzato il livello di sicurezza, le sale sono più protette, gli accessi limitati da badge e tornelli. Non si entra più “per assistere ai turni”. Si entra solo se ti chiamano. E per farti chiamare serve che qualcuno creda in te. Non nel tuo nome, ma nelle tue capacità. Per questo occorre prepararsi al massimo e affidarsi a professionisti seri.
Non è un sistema perfetto. Nessuno lo nega. Ma non è nemmeno il sistema marcio che alcuni dipingono.
Ci sono realtà sane, professionisti generosi, colleghi disposti a dare spazio. Certo, bisogna guadagnarselo.
E sì, serve tempo, pazienza e, a volte, tanta fiducia in sé stessi.
Non smettete di crederci, mai!
A chi sogna di fare questo mestiere, vorrei dire con tutto il cuore: non fatevi scoraggiare da finti Messia che urlano. Non cercate scorciatoie. Fatevi domande, pretendete qualità nella formazione, ma non cercate colpevoli per forza. Le carriere sono complesse, diverse, imperfette. Non si vincono per parentela, ma nemmeno per indignazione. Se amate davvero questo lavoro, coltivatelo. Lasciate che cresca con voi. Rispettatelo innanzitutto. È un mestiere che non vi restituirà sempre tutto quello che gli date. Ma quando succede, anche solo per un istante, è meraviglioso.
Non abbiate fretta di arrivare. Abbiate coraggio di costruire. E ricordate che, prima o poi, qualcuno vi ascolterà. In questo modo, forse, proprio in quel momento, inizierà davvero il vostro percorso. E, se posso permettermi un ultimo pensiero: imparate a fare autocritica. Non per colpevolizzarvi, ma per migliorarvi. Non sempre le porte chiuse sono colpa di qualcun altro. A volte si arriva impreparati, a volte è solo questione di tempo. Ma guardarsi dentro, con onestà, è una delle cose più difficili – e più potenti – che si possano fare!
Le sconfitte non sono la fine. Sono lezioni, se si ha il coraggio di ascoltarle. E sappiate che la vera sfida è sempre e solo con se stessi!
Ve lo dice un bambino che si chiudeva in camera e sognava di fare questo lavoro contro tutto e tutti. E quel bambino ha ancora tante sfide da superare!
Sentivo il bisogno di condividere la mia esperienza, consapevole che ciascuno è libero di avere le proprie idee e ascoltare altre storie e opinioni. Non ho la presunzione di raccontare verità assolute, ma questa è la mia visione del lavoro che faccio, e volevo condividerla con voi. Se, in qualche modo, riuscirà ad accendere una scintilla in chi legge, allora sarà davvero valsa la pena.
“Senti chi parla” vi dà appuntamento alla prossima!
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