Risale al 15 dicembre 1939 la prima proiezione pubblica, ad Atlanta (Georgia), del lungometraggio Via col vento, un intramontabile cult del cinema occidentale, tra i più famosi della storia del grande schermo, che ha stabilito dei record rimasti oggi insuperati. Prodotta da David O. Selznick per la casa di distribuzione Metro-Goldwyn-Mayer e con la regia di Victor Fleming, la pellicola, la cui sceneggiatura si deve in buona parte a Sidney Howard, è tratta dall’omonimo romanzo del 1936 della penna Premio Pulitzer Margaret Mitchell.
Un’opera cinematografica amata, celebrata e al tempo stesso problematizzata, che ha contribuito a dar vita a Hollywood per come la conosciamo noi, ridefinendo l’idea di kolossal moderno, il sistema delle star, l’uso del colore, la durata ‘epica’ e le ambizioni di un’industria che, troppo spesso, si è ritrovata a dover rincorrere una realtà in continuo e repentino cambiamento.
Quando l’ingiustizia diventa nostalgia in “Via col vento”
Nonostante il successo duraturo e rinnovato nel corso degli anni di Gone with the Wind, questo il titolo originale, la sua lavorazione risultò piuttosto complessa e travagliata. D’altronde, ci troviamo in una America alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale, dove la segregazione razziale è purtroppo ancora istituzionalizzata (il che costringerà, per via delle leggi razziali, l’attore Hattie McDaniel a non presenziare alla prima) e in cui il cinema è solamente un grande strumento di evasione. Ci vollero due anni per portare a termine l’intero progetto, ma, alla fine, la grandiosità produttiva, seppur con i suoi ostacoli, ripagò con la sedimentazione del film nell’immaginario collettivo, facendone una pietra miliare che è sopravvissuta al suo tempo.
Comunque, al di là delle rivoluzioni che, più o meno intenzionalmente, fu in grado di innescare, Via col vento è da sempre giudicato come l’apice del divismo e dell’esagerazione hollywoodiana, essendo nato dalla precisa volontà del produttore di realizzare un qualcosa di mastodontico. Eppure, sebbene sia generalmente ritenuta un’opera di altissimo valore artistico, in molti ritengono che essa sposi in maniera troppo esplicita la causa del Sud antebellum, con accuse di scarsa consistenza artistica ed eccessiva attenzione non solo ai cliché delle storie d’amore (con la guerra civile che viene relegata a inutile contorno), ma anche (e soprattutto) agli stereotipi razzisti sugli schiavi afroamericani.
Una narrazione non neutra che sposta l’empatia verso i latifondisti sconfitti
Francamente me ne infischio – Rhett Butler (Clark Gable)

Benché l’immagine fornita dal film abbia attecchito a lungo nella mente degli spettatori di varie generazioni, il Sud viene rappresentato alla stregua di un mondo organico, di certo elegante, ma retto da codici d’onore anacronistici e idee quasi cavalleresche delle relazioni sociali. In particolare, la schiavitù non è mai direttamente il cuore del racconto, ma è una tematica che funge da cornice a degli irrealistici quadri in cui le piantagioni appaiono come luoghi di ordine e armonia. E per di più, il lavoro forzato che le rende possibili si trasforma senza ovvie ragioni in rapporti paternalistici, in virtù dei quali i personaggi di colore acquistano improbabili tratti di fedeltà, dipendenza e affetto a discapito dei propri desideri e conflitti personali.
Inutile ribadire, dunque, che si tratti di una scelta narrativa non neutrale, dal momento che la trama parla da sé. Trasformare la schiavitù in un dettaglio che verrebbe da definire “folkloristico” significherà pure alleggerire il peso morale di un sistema di violenza, privazione della libertà e disumanizzazione, tuttavia, a mio avviso equivale ad offuscare, se non addirittura a cancellare, il dolore, la resistenza e la brutalità quotidiana che hanno segnato la vita di milioni di persone, spostando l’empatia dello spettatore verso i proprietari terrieri sconfitti piuttosto che verso gli schiavi liberati.
Il mito della “Lost cause”
Non accade nulla di diverso nemmeno quando il film sembra concedere spazio a personaggi afroamericani memorabili, perché quest’ultimi restano confinati in ruoli che sono di fatto funzionali alla stabilità emotiva dei protagonisti bianchi e che non consentono loro di farsi davvero portatori di una prospettiva alternativa sulla storia che si sta raccontando. In altre parole, è come se Via col vento si facesse veicolo del mito della “Lost Cause”, ossia di quell’idea di un Sud sconfitto ma moralmente integro, la cui tragedia oscura la colpa originaria della schiavitù.
E allora, chi ha il diritto di raccontare una storia? Da quale punto di vista? E con quali omissioni? Domande che potremmo tranquillamente porci alla luce di ciò che accade ai giorni nostri, un’epoca in cui il razzismo strutturale e le sue radici storiche restano al centro del dibattito pubblico, ma dove le innegabili rappresentazioni edulcorate della realtà ci forniscono una prova di quanto sia facile trasformare l’ingiustizia in nostalgia e di quanto le narrazioni dominanti tendano a spostare l’attenzione dal trauma di chi ha subito al disagio di chi ha perso privilegi!!!
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