Ci sono persone che, appena chiudono una relazione tossica, si sentono ripetere sempre la stessa frase:
Adesso troverai qualcuno che ti amerà nel modo giusto
È un augurio sincero, pronunciato quasi sempre con le migliori intenzioni, ma contiene un presupposto che non sempre corrisponde alla realtà. Sembra infatti dare per scontato che, una volta usciti da una relazione distruttiva, si sia automaticamente pronti a vivere una storia sana. Come se bastasse allontanarsi dalla persona che ci ha fatto soffrire per cancellare tutto ciò che quella relazione ha lasciato dentro di noi.
La verità è spesso molto diversa. Quando una relazione tossica finisce, ciò che termina è la presenza della persona che ci ha ferito, ma non necessariamente gli effetti che quella esperienza hanno avuto sul nostro modo di pensare, di sentire e di vivere l’amore.
Per questo motivo, forse, la prima cosa di cui avremmo bisogno non è un nuovo partner, ma un periodo di solitudine. Non una solitudine vissuta come punizione o come rinuncia, ma come uno spazio necessario per comprendere chi siamo diventati.
Perché dopo una relazione tossica è importante restare soli per un po’
Siamo abituati a raccontare il dolore che queste relazioni provocano mentre le stiamo vivendo, ma raramente ci soffermiamo su ciò che accade dopo. Eppure il cambiamento più profondo spesso emerge proprio quando la relazione è finita.
Una storia tossica non lascia soltanto ferite emotive. Lascia anche adattamenti. Ci costringe a sviluppare strategie di sopravvivenza che, all’interno di quella relazione, servivano a proteggerci ma che, una volta usciti, rischiano di diventare ostacoli. È un po’ come imparare a vivere in un ambiente ostile e continuare a comportarsi nello stesso modo anche quando il pericolo non esiste più.
Per questo non si entra in una relazione tossica come se ne esce.
Come una relazione tossica cambia il nostro modo di amare
Si entra capaci di fidarsi e si esce diffidenti. Si entra con la serenità di chi sa attendere una risposta e si esce controllando continuamente il telefono. Si entra convinti che l’amore sia un luogo in cui sentirsi accolti e si esce pensando che dietro ogni gesto gentile possa nascondersi un secondo fine.
Queste trasformazioni non avvengono improvvisamente. Si costruiscono giorno dopo giorno, attraverso piccole esperienze che si accumulano nel tempo. Ogni bisogno ignorato, ogni promessa non mantenuta, ogni momento in cui ci siamo sentiti invisibili dentro una relazione che avrebbe dovuto farci sentire importanti contribuisce lentamente a modificare il nostro modo di stare al mondo.
Alla fine ci abituiamo all’incertezza. Ci abituiamo a dubitare delle nostre percezioni. Ci abituiamo a rincorrere attenzioni che arrivano a intermittenza. E quando questo schema dura mesi o anni, smette di essere soltanto qualcosa che viviamo e diventa qualcosa che interiorizziamo.
Il problema è che, una volta terminata la relazione, questi meccanismi non scompaiono automaticamente. Continuano a vivere dentro di noi e spesso emergono proprio quando incontriamo una persona diversa da quella che ci ha ferito.
Quando le ferite del passato rischiano di colpire chi viene dopo
Accade allora qualcosa di paradossale. La persona che ci tratta con rispetto può sembrarci sospetta. Chi ci offre presenza e continuità può apparirci invadente. Chi mantiene la parola data può addirittura metterci a disagio. Non perché non desideriamo essere amati, ma perché il nostro sistema emotivo è stato allenato per troppo tempo a riconoscere come familiare qualcosa che sano non era.
Ecco perché restare soli per un periodo può essere una scelta di grande maturità. Significa concedersi il tempo necessario per osservare queste trasformazioni, per riconoscere ciò che appartiene davvero alla nostra personalità e ciò che invece è il risultato delle ferite subìte. Significa capire che la diffidenza non è necessariamente carattere, che la freddezza non è necessariamente forza e che l’incapacità di affidarsi agli altri non è necessariamente indipendenza.
Ma c’è anche un’altra ragione, forse ancora più importante.
Chi è stato ferito sa perfettamente quanto possa fare male essere amato nel modo sbagliato. Proprio per questo dovrebbe interrogarsi sul rischio di portare quelle ferite dentro una nuova relazione. Perché il dolore, quando non viene elaborato, tende a trasmettersi. Non per cattiveria, o per volontà, ma semplicemente perché finiamo per relazionarci agli altri attraverso le difese che abbiamo costruito.
Così può capitare di allontanare chi ci vuole bene, di interpretare come minaccia ciò che in realtà è cura, di reagire con chiusura a persone che non hanno alcuna responsabilità rispetto al nostro passato. E senza rendercene conto rischiamo di infliggere ad altri una parte di quel dolore che abbiamo ricevuto.
Ritrovare sé stessi prima di iniziare una nuova relazione
La guarigione, allora, non consiste soltanto nel lasciarsi alle spalle una relazione tossica. Consiste nel fare in modo che quella relazione non continui a vivere attraverso di noi. Consiste nel recuperare la persona che eravamo prima che la paura, la sfiducia e la sofferenza diventassero abitudini emotive.
Forse è proprio questo il significato più autentico della solitudine dopo una relazione tossica: ritrovare noi stessi. Il vero traguardo non è semplicemente uscire da una storia che ci ha fatto male. Il vero traguardo è impedire che quel male diventi l’eredità che consegneremo alla persona che arriverà dopo.
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